Capita a tutti

Nota

Questa storia, benché liberamente ispirata dalla vicenda di DJ Fabo, è opera di fantasia, ed i fatti qui descritti sono prodotti della mia immaginazione.

Francesco La Rosa

Proprio così, capita a tutti, e non provate a negare.

Chi di voi è senza peccato ?

Le cose stanno così. Immaginatevi di essere in macchina, di notte, molto tardi. Molto.

Diciamo che state rientrando da una discoteca, va bene ? E non siete nemmeno andati lì per ballare, no, è che voi lì – ogni tanto – ci lavorate. Non è un lavoro fisso ma se la vostra passione è la musica, una serata alla consolle ogni tanto è un’ occasione da non perdere, e voi appunto non l’ avete persa. Non sono sicuro che mi capite. Gente che balla se ne vede tanta, è vero, ma la differenza è che in questo caso – questa sera – la gente l’ avete fatta ballare voi. Siete stati i registi, gli autori del dj set, ed i dj non sono tutti uguali, lo sapete?  Insomma, era  un set dannatamente buono, ecco cosa voglio dire.

Riuscite ad immaginare come ci si sente ? Se avete la musica nel sangue, sono sicuro di sì. Sembra di volare. Ci siete voi, lassù in alto, con la cuffia, il mixer, i dischi, e ci sono ragazzi, giù, che ballano come matti.

Così deve sentirsi uno sciamano.

Ma sto divagando.

Il dj in discoteca non si ubriaca, o almeno io non lo faccio mai. Non se lo può permettere, ci vogliono riflessi buoni, se si va fuori sincrono quelli sotto se ne accorgono, basta un attimo per perdere l’ incantesimo sciamanico, appunto, che dopo hai voglia a ricrearlo.

Questo per dire che non dovete credere alle spiegazioni facili.

Stanco magari sì, ci mancherebbe, ma nient’altro, chiaro ?

Beh, a farla breve, la gente era rimasta contenta proprio, i miei amici mi avevano fatto i complimenti, c’ era rimasta una bella energia nell’ aria, per quello continuano ad arrivare messaggi, ancora adesso che sono in strada da un pezzo e fra un po’ arrivo a casa.

Sì, lo so cosa state pensando, che se guido non dovrei leggere i messaggi sul cellulare. Ma allora siamo daccapo, lo so io e lo sapete voi, che non si deve, e forse che voialtri non lo fate mai ? Suvvia, dai, siamo sinceri. Capita a tutti.

Il problema semmai è che a forza di scorrere messaggi il telefono mi è sfuggito di mano ed è qui sotto da qualche parte, adesso, tra i piedi, col rischio magari di incastrarsi sotto il pedale del freno se rallento. Tocca recuperarlo, ed anche alla svelta. Che fareste voi ?

Chinarsi e cercarlo con le mani è un attimo, è istintivo, lo sento con la punta delle dita, magari sgancio un attimo la cintura, l’ho già afferrato, visto ?

È che a chinarsi – uno non si rende conto – senza volerlo si sterza anche un po’, appena appena, non è una sbandata ma quel tanto che basta a far cambiare traiettoria alla macchina, ma è una cosa appena percettibile, non è che te ne accorgi subito.

Il tempo di tirarti su, e allora sì che ti accorgi. La macchina ha deviato, sta puntando dritto su quell’ altra, che si muove lenta, sulla corsia d’emergenza, e non mi vede, ed è ormai così vicina che ho solo il tempo di pensare “cazzo, sbatto”. E sbatto.

Questo non capita a tutti.

Immaginatevi adesso di svegliarvi e sentire che siete sepolti vivi, anzi proprio imbalsamati vivi. Immaginatevelo se ci riuscite. È buio, completamente buio. Non vedete nulla, e non riuscite nemmeno a toccare nulla, nemmeno le pareti della bara, sarcofago o quello che è, perché il corpo semplicemente non vi dà più retta, non comunica e non risponde ai comandi, è ancora lì ma al tempo stesso se ne è andato e non tornerà. Da questo sepolcro non uscirete mai più. Riuscite ad immaginarvelo ? Sì ?

No, che non ci riuscite, garantito. È  peggio, molto peggio. Credetemi.

Il resto non mi riguarda, fatevi un’ opinione, che non voglio sapere, giudicatemi oppure no.  È facile sentenziare, dovreste essere al mio posto. Non importa, è acqua passata, io la mia scelta l’ ho fatta e non è per quello che vi ho raccontato questa storia.

Volevo dirvi invece un’ altra cosa, ed è questa.

Se potessi tornare indietro, a costo di farmi prendere in giro, la cintura la terrei sempre bene allacciata. Ossessivamente. Ed il telefono in tasca, almeno quando guido.

Fatelo voi per me.

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L’ HSE del Re Sole 

 

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La Reggia di Versailles fu fortemente voluta, come tutti sanno, dal Re Sole Luigi XIV.

In un’ epoca in cui si affermavano le grandi monarchie nazionali, il re voleva da un lato ostentare al mondo intero la magnificenza di quella francese, dall’ altro – probabilmente – perseguiva un fine interno più pratico. La nobiltà, riluttante a sottomettersi all’ autorità del sovrano aveva infatti tormentato l’ esistenza del padre, Luigi XIII con uno stillicidio di complotti. Si tratta della famosa “Fronda” che chiunque abbia letto i Tre Moschettieri certamente ricorda.

Il giovane Luigi XIV pensò, non a torto, che trasferendo la corte e tutti i nobili fuori da Parigi, e soprattutto precettandoli in una routine praticamente quotidiana di ricevimenti, spettacoli e feste avrebbe avuto modo di tenerli d’occhio.

Lontano ma non troppo dal Palazzo del Louvre, la scelta cadde su Versailles, 20 km da Parigi, dove il padre Luigi XIII aveva fatto erigere un piccolo castello da caccia, sì, insomma, una garçonniere a voler chiamare le cose col loro nome.

La realizzazione della Reggia di Versailles rappresenta uno dei più grandi lavori pubblici di tutti i tempi. Difficile stimare il costo effettivo, uno studio del 2001  parla di 2.000 miliardi di dollari, aggiungendo che si tratta probabilmente di una sottostima.

I lavori iniziarono nel 1664, e proseguirono per più di cinquanta anni, ben dopo che il re vi si trasferì stabilmente con tutta la corte, nel 1682.

Il palazzo finito ha una facciata di circa 700 metri, una superficie di 67.000 m2 e più di 700 stanze. I giardini si estendono su 800 ettari, ma il parco originale era 10 volte più vasto. Per realizzare un simile progetto,  il cantiere impiegava circa 36.000 persone, in parte militari, e 6.000 cavalli, e la cosa certamente non sorprende se pensiamo che persino gli imponenti movimenti di terra, milioni di metri cubi, furono realizzati con i badili e le ceste.

Quante vittime fece questo cantiere ?

È una domanda a cui non sappiamo rispondere.

Abbiamo alcuni rapporti dettagliati sull’ avanzamento dei lavori, di cui il Re voleva essere informato tutti i giorni, e sui certi costi, di cui il Re voleva sapere assai meno, ma non su quelle che noi oggi chiamiamo  statistiche HSE, di cui il Re (e non solo lui) non voleva sapere proprio nulla.

Sappiamo che il  cantiere funzionava dall’ alba al tramonto e spesso anche di notte, e che le condizioni non soltanto di lavoro ma anche di vita erano spaventose. La zona era malsana, il prosciugamento delle paludi fece parte del progetto, e la sicurezza e la salute dei lavoratori non era certo una priorità. Di  sicuro ci furono molti incidenti, e sappiamo che i cadaveri venivano portati via dal cantiere di notte per non dare nell’occhio e soprattutto non deprimere  troppo lo spirito degli operai.

Rimane agli atti però, in quanto elemento di contabilità, il tariffario per gli infortuni.

In un’ epoca in cui la manodopera era pagata da 1 a 2 lire al giorno (dai 15 ai 30 euro, dice chi ha cercato di stabilire un qualche corrispettivo moderno), per un braccio o una gamba rotti spettava un indennizzo tra 30 e 60 lire, per un occhio perduto 60 lire, per una testa rotta da 20 a 60 lire ed anche per il decesso la vedova prendeva da 20 a 60 lire a seconda della mansioni della persona.

Per chi si ammalava, ovviamente, nulla.

È necessario ricordare, naturalmente, che stiamo parlando di un’ epoca che attribuiva alla vita umana, soprattutto se non nobile, un valore assai modesto. Le guerre erano un fatto scontato, nel corso della sua vita Luigi XIV ne intraprese almeno quattro importanti, le pestilenze erano ancora piuttosto frequenti, ma non solo.

Secondo le statistiche di  Ourworldindata.org tre o quattro secoli fa la probabilità di morire in guerra era cento volte superiore, in media mondiale, rispetto ad oggi, ma anche la possibilità di rimanere vittima di un omicidio in una delle principali nazioni europee era tra 10 e 20 volte quella attuale.

Pur  tenendo debito conto di tutto questo, non si può non pensare che, da quando l’ HSE ha cominciato a svilupparsi come disciplina, diciamo negli ultimi due decenni,  il tasso di infortuni sul lavoro è già diminuito di molte volte.

Zero è l’ unico numero che ci piace, d’ accordo.

Ma è bello pensare che abbiamo intrapreso una buona strada, per una volta.

L’ angolo cieco

 

Non esistono incidenti intelligenti, tutti gli incidenti sono stupidi, ciascuno a modo suo, certo, altrimenti sarebbe troppo facile prevederli, e qualcuno stupido in modo scoraggiante.

Un grande cantiere è come un piccolo paese, 1.000 o anche 2.000 persone ci vivono per un paio d’ anni, facendo per lo più lavori pericolosi, ed è certo una bella sfida fare in modo che nessuno si f fare male. I grandi cantieri poi sono spesso assai estesi, e proprio così era il cantiere in cui si trovava a lavorare Raffaele, quasi sei chilometri da un estremo all’ altro, e circa tre dal cavalcavia, dove appunto Raffaele lavorava, fino all’ area stoccaggi materiali dove era stato appena destinato dal suo supervisore.

“Qui hai finito, vai subito di là che hanno bisogno di una mano. Muoviti”.

Muoviti.

Certo, fa presto lui a parlare.

I supervisori dispongono di auto di servizio e possono svolazzare di qui e di là come gli pare, ma Raffaele, come tutti i suoi compagni, era stato accompagnato lì col pulmino al mattino presto, e con lo stesso pulmino sarebbe dovuto tornare al campo alla fine del turno, e non aveva certo voglia adesso di farsi tre chilometri a piedi per trasferirsi nella nuova area. E di farli per di più col riverbero del sole negli occhi e sotto quel vento incessante che sollevava la terra del cantiere e te la soffiava negli occhi e nel naso.

E poi, cosa ci voleva, invece di dire “vai”, dire “ti accompagno” ?

Aveva forse paura che la presenza di Raffaele a bordo avrebbe contaminato la purezza della sua Panda 4×4 ? O davvero aveva così tanto da fare da non poter perdere cinque minuti cinque ?

Raffaele aveva tentato di obiettare, aveva anche un po’ bluffato borbottando “Va bene, va bene, al prossimo turno prendo il pulmino che va di là”, ma il supervisore non aveva abboccato.

“Vai subito, ho detto. Adesso. Ti stanno aspettando”.

“E come ci vado ?”

“Arrangiati”.

Fine della comunicazione.

Raffaele era un semplice aiutante.

Quando i grossi camion carichi di terra o di ghiaia arrivavano e dovevano essere caricati o scaricati, Raffaele era quello che dal terreno osservava e faceva i segnali all’ autista, un po’ più indietro, a destra, fermo così. Tutto qui. Non esattamente un lavoro d’ alto profilo, va bene, ma questo era riuscito a trovare, e certo di quei pochi soldi aveva un gran bisogno, eccome.

E poi, in fondo, il suo non era un lavoro dei più faticosi, e c’ era pure il vantaggio di conoscere gran parte dei camionisti del cantiere.

Ecco perché Raffaele non fece gran fatica ad arrangiarsi.

Vide arrivare Santo, alla guida del suo camion ribaltabile, uno di quelli grandi usati per movimentare la terra. Gli fece un cenno col braccio, e quello accostò, il motore acceso, la grande ruota anteriore arrivava quasi al petto di Raffaele, che per la verità non era esattamente un colosso. Però era agile, senza fatica si arrampicò per i tre gradini, aprì la portiera e domandò, aiutandosi coi gesti per coprire il frastuono del motore:

“Vai a caricare ?”

“Sì”

“Mi dai un passaggio fino alla zona stoccaggi materiali ? Gli stoccaggi, hai capito ? Tanto da quelle parti devi andare …”.

“Ok”.

Raffaele si accomodò.

Ovvio, il supervisore lo sapeva che si sarebbe arrangiato così, ma di certo non poteva dirglielo, i camion da lavoro non sono taxi, ma tante volte in un cantiere le cose si fanno e non si dicono, tutti lo sanno, e così va la vita, e non solo nei cantieri.

Raffaele e Santo non si parlarono molto lungo il tragitto, il rumore del motore era forte nella cabina mentre il camion arrancava e sobbalzava per le strade sterrate. Arrivati all’ altezza dell’ area stoccaggi materiali, però, Santo non si limitò ad accostare per far scendere Raffaele, entrò addirittura, per risparmiargli ancora un po’ di strada. Raffaele non se l’ aspettava proprio, e ringraziò calorosamente.

Certo, così aveva fatto davvero in fretta.

Forse perfino troppo.

In fondo in fondo, se fosse venuto a piedi ci avrebbe messo quasi mezz’ ora, non è vero ?

E poi, diciamolo, era lui che aveva preso l’ iniziativa di chiedere un passaggio, non era certo obbligato, e dunque il tempo recuperato era legittimamente suo, certo non del supervisore che non si era degnato di accompagnarlo.

Questo pensava Raffaele scendendo dal camion, e all’ improvviso scorse dei colleghi fermi al posto per fumatori dal lato opposto dell’ area.

Almeno una sigaretta in compagnia prima di rimettersi al lavoro, se l’ era proprio meritata, su questo non c’ erano dubbi. Quasi quasi… Ci pensò un po’ su, poi si decise.

Santo invece ripartì subito, doveva fare un’ inversione per poi riportare il camion sulla strada, certo aveva perso un po’ di tempo, ma sapeva che la gentilezza in cantiere non è mai sprecata, oggi a te domani a me, è così che funziona.

Il terreno di un’ area di lavoro non è liscio come un’ autostrada, l’ abbiamo già detto, è terra battuta piena di buche e dossi. Se la ruota anteriore del camion fosse salita su un sasso, Santo si sarebbe certamente accorto, ma un corpo umano è molle, ed il grosso camion non sobbalzò neppure.

Santo vide, più che sentire, la gente che correva verso di lui sbracciandosi ed urlando, e benché le urla non le sentisse da dentro la cabina, subito capì che doveva essere successa una cosa brutta. Bloccò i freni.

Raffaele era disteso bocconi, la faccia sporca di terra rossa, la grande ruota anteriore ferma esattamente sul bacino, dopo essere passata sulla gamba sinistra;  Santo però ancora non lo sapeva.

Gli fecero gran gesti di tirare indietro il camion.

Raffaele respirava, era persino cosciente, ma non aveva la forza di parlare. Gli tolsero la terra dal viso con lo straccio più pulito che trovarono. Lui fece segno di metterlo a sedere, e qualcuno persino lo accontentò, forse per ignoranza forse per compassione, certamente senza pensare che era l’ ultima cosa da fare. Sentiva dolore, certo, ma anche una sorta di strano calore diffuso, e gli pareva di sentire un rombo, come quel fruscio particolare che faceva il vento tra i cespugli in riva al mare, al suo paese, quando finiva l’ estate, un rumore che lo faceva sentire a casa. Per un attimo gli parve di rivederlo, quel posto in riva al mare dove aveva giocato da bambino, e dove a sua volta aveva portato uno dopo l’ altro tutti i suoi figli, quasi fosse un’ iniziazione, tutti tranne l’ ultimo che era ancora troppo piccolo. Avrebbe voluto portare anche lui.

La gente intorno si agitava, ma Raffaele non la sentiva, era come vedere un film muto, lui sentiva solo quel fruscio che piano piano si fece più leggero, poi sfociò in una gran quiete e calore dentro, e Raffaele non sentì più nulla, tutto diventò molto bianco all’ improvviso, e lui svenne poco prima che arrivasse l’ ambulanza. Morì di emorragia interna due ore più tardi.

Non esistono incidenti intelligenti, ma alcuni sono disperatamente stupidi.

L’ indagine si chiuse rapidamente, dopo avere accertato quello che era già fin troppo chiaro.

Raffaele non si era allontanato subito dal camion dopo essere sceso, era rimasto un momento di troppo a pensare se dirigersi verso l’ area di lavoro o andare prima al posto per fumatori, ed infine aveva deciso di andarci, passando proprio davanti al camion.

Fu fatta una simulazione, non era neppure necessaria.

Si appurò che se una persona si trova davanti al camion, ma molto vicino, l’ autista scorge a stento la parte superiore del capo.

Ma se quella persona si trova davanti alla ruota anteriore, l’ autista non vede proprio nulla. E’ il famoso “angolo cieco”, quello che nessuno è mai riuscito davvero ad eliminare, nonostante la proliferazione di specchi e specchietti.

Se poi la ruota è sterzata verso l’ esterno, allora non c’è neppure il paraurti ad interporsi, a spingere via il corpo, magari fargli male ma allontanarlo. C’ è invece subito contatto, pneumatico contro uomo, pneumatico alto quasi quanto l’ uomo, pneumatico che avvolge, fa presa, che tira verso il basso e verso di se, come una macina, come un gorgo, come una piovra maligna.

Raffaele non aveva nessuna possibilità di sfuggire, aveva estratto il biglietto perdente di una assai improbabile lotteria. Bad luck.

Altrettanto rapidamente si decisero le azioni correttive, sessioni speciali per tutti gli autisti, l’ importanza di mantenere un contatto visivo con le persone a terra, indicazioni sugli angoli ciechi applicate a tutti i mezzi del cantiere, tutte le ragionevoli e ragionate misure che si riuscì ad escogitare.

La frustrazione invece no, quella durò a lungo.

Come si fa a prevenire un incidente così ?

Dovremmo emettere procedure di sicurezza per dire alla gente di fare attenzione, quando attraversa la strada ? Dovremmo insegnargli che non si passa davanti ad un grosso camion sapendo che sta per ripartire ?

Dio mio, queste cose uno le impara a cinque anni, non a quaranta.

A che età invece le dimentica ?

A che età uno diventa così adulto, così invulnerabile o noncurante da giocarsi la vita ogni giorno senza nemmeno rendersene conto ? Quanti episodi come questo avvengono ogni giorno in un cantiere così grande ?

Queste cose continuavo a pensare, incessantemente, nei giorni e nei mesi che seguirono, fra inchieste in buona fede ed attacchi insensati, tutte le volte che mi toccava raccontare ancora e sempre la stessa incredibile storia, tutte le volte, soprattutto, che mi toccava raccontarla di nuovo a me stesso, sforzandomi per l’ ennesima volta inutilmente di trovarci un senso ed una direzione qualsiasi, un indizio, uno stimolo, qualsiasi cosa insomma che compisse il miracolo e facesse sì che la vita di Raffaele non mi sembrasse, semplicemente, buttata via.

Era come se l’ assurdità stessa di ciò che era avvenuto ne costituisse al tempo stesso la corazza, lo mettesse al riparo da ogni tentativo di aggredirlo razionalmente, da qualunque piano di prevenzione vera.

È come se si dovesse ricominciare dall’ inizio, finivo sempre col pensare, è come se si dovesse azzerare tutto, disimparare nozioni e comportamenti, per poterli poi imparare daccapo.

È come se si dovesse ricostruire una cultura tutta intera, sin dalle fondamenta.

Un compito immane, un compito da visionari.

In fondo, proprio questo cerchiamo di fare.

The devil, probably

 

You still don’t understand what you’re dealing with, do you? The perfect organism. Its structural perfection is matched only by its hostility… A survivor… unclouded by conscience, remorse, or delusions of morality”,

from the film “Alien”

I have always been terrified of hospitals. I know, I know, it’s not like anybody positively loves the places. But we’re a funny lot, humans. There are plenty of folk who profess to love cemeteries, for example, or who get a kick out of visiting old ruins or desolate, remote locations. But I have yet to meet a genuine fan of hospitals.

In my specific case, hospitals almost cause an actual physical repulsion. It’s as if there was a voice inside was telling me to run away, and I have to force myself to cross the threshold. It’s the same thing when I have to go to any kind of public office, so I suspect that behind this sense of repulsion is a perception that certain places inspire of dispossessing you of yourself somehow, of subjecting you to an external power that is at best indifferent towards you, if not potentially hostile. But I digress.

Despite my visceral dislike of them, I have visited hospitals fairly regularly in recent years for the medical check-ups required by the Saipem protocols, which I diligently attend as often as I am required in order to keep up my Medical Fitness Certificate. Like many of my colleagues, I travel a lot, often to some quite “challenging” places, so it’s best to make sure you are fit and healthy before you go.

Although they require you to visit a hospital, a check-up is a different kind of experience altogether. It’s confirmation that you’re okay, that you’re in good health, that you don’t need the hospital. And it’s the hospital that is telling you this, as if denying itself in some way. The human mind is complicated, I know, but a check-up feels somehow like a challenge, and it’s one I usually come out of thinking “up yours!”

Deep down of course, I know that it is a challenge I can’t go on winning forever. Like the knight in Roberto Vecchioni’s song Samarcanda, you can try to escape (“corri cavallo, corri ti prego“), but not always and not forever. Especially when they start shuffling the check-up pack now and again, adding tests you’ve never done before…

“Further exams required”, the report comes back, in black and white. And, just in case there was any doubt, additional clarification is provided: “Biopsy recommended”.

There must be some mistake, of course. I feel absolutely fine. And anyway, some doctors are far too keen to prescribe extra exams – just the tiniest shadow of a doubt is enough for them. After all it’s me that has to go and do the biopsy, not them. Anyway, absolutely no need to panic.

My doctor is a woman – middle-aged, very direct and very practical. The sort that calls a spade a spade. She also loves the mountains and this, in my personal value system, is a positive thing in itself. I give her the dossier with my results and ask for her opinion. Well, to start with, we’ll redo the exams, she says, and we’ll throw in something non-invasive too, like an ultrasound, before rushing to do a biopsy. I knew it, I think – smart one, this doctor.

So it was back to the hospital for the return leg. Focused on the game ahead, confident of making a comeback, of getting a good result. But the outcome is confirmed – same as before. Something is amiss, biopsy recommended. Two-nil. I go back to my doctor. So? Well, we have a little problem. In what sense? I’m afraid you’ve been dealt a bit of a rough hand. There’s no need to say any more and in fact, she doesn’t.

Invasive tests are scary, there’s no denying it, but at this point, the Alien is a whole lot scarier.

I don’t know if its creators did it deliberately, although personally I tend to think so, but the birth of the monster in Ridley Scott’s film – or more precisely the Xenomorph (Linguafoeda acheronsis according to Wikipedia) – is the perfect metaphor for the spread of a tumescent growth, for the “disease of the century” – for precisely this thing I’ve got growing inside of me.

In the celluloid version, a living creature, the Alien, grows inside a human body, drawing sustenance from it. Unsuspected and silent at first, it waits patiently until it is big enough to tear its host in two. A parasite, but one large enough to be seen and touched.

In my particular case, the annoying detail is – as now seems very likely to be the case – that the ‘host’ of the alien is me, and the body the newly born monster is feeding on to become big and strong is my own. ‘Facts are harder than stones’, as my old professor of physics at university used to say.

Shortly after, I find out that, in reality, a biopsy is no worse than an appointment at the dentist. After that comes the wait for the final sentence, the judgement of the court of third instance, the medical Supreme Court. But when the final, unappealable verdict arrives, it is still in favour of the wretched Alien. No further recourse is available, and hesitation is definitely not going to make things any easier for me, although it would certainly facilitate matters for my guest. Any remaining doubt has now been removed and I need to take action because time is firmly on its side.  All I can say is that I was lucky it was detected – although to be honest I had always thought of “luck” as something rather different. First, anyway, I face a further series of preparatory exams. I’m becoming a bit of a regular at the hospital, and my fervid imagination or paranoia now has me sensing the gloomy building muttering an “up yours!” behind my back as I pass through its corridors. What is certain is that now I enter and leave the building with my tail between my legs.

The exams all have menacing, ominous names. I am scanned, x-rayed, ‘tomographed’ and ‘scintigraphed’. Radioactive isotopes (“stay away from children and pregnant women for twenty-four hours”) are injected into my veins and I swallow down contrast agents that leave an awful taste in the mouth (“make sure you drink plenty of water”). All stuff that – given my health-conscious nature – I would normally have avoided like the plague. But it’s clear now that I’m in no position to be dictating terms. The results seem encouraging, however: the monster does not seem to have produced any offspring and we can proceed with the exorcism –the termination of the diabolic gestation taking place in my body without my consent.

Le diable, probablement, because the question you can’t help asking yourself in these situations is always the same – why me? And there is never an answer, because if there was, it would mean the world was rational and fair and everything would be much simpler.

Admission to hospital is a form of surrender.  Sportingly, I give in, recognising that it’s time to put aside my pride and place my body in the hands of others. Do what you will, I say, whatever it takes, but deliver please me from this unbidden guest of mine. This time, the hospital appears to greet me with a kind of noble condescension. Parcere victis, debellare superbos, spare the conquered and beat down the proud, would seem now to be its motto.

But I digress.

After a new round of tests, to which I no longer put up any resistance, the big day arrives. During the course of a battle that begins at dawn and lasts for four hours, my xenomorph is cut up into small slices and removed by a kind of transformer called Da Vinci – as if it were a ninja turtle, to keep our references cinematic. It’s almost a pity to have slept soundly through the whole thing. I mean, robotic surgery – if that isn’t science fiction, I don’t know what is.

The calm that follows – a month of house arrest at the orders of the medical authorities – serves to heal my wounds – the relatively small ones on my body and the deeper ones to my pride – and to recharge my batteries. The Alien was a nasty brute which could have done for me, its unwitting host, that much is clear. But the subsequent examinations all come back negative, no further traces of the monstrous creature, no unwanted legacies are found, and no additional treatment is required. And barely two months later, I am given the green light to go back to the gym, providing me with a not inconsiderable boost to my self-esteem.

Xenomorphs are treacherous beasts, as the crew of the spaceship Nostromo learned to its cost, and so I need to go back for regular tests for quite some time. But right now I can afford to be a little optimistic and suggest that ‘The End’ of our little adventure film has arrived and that we won’t have to sit through any “sequels” which, as film buffs know, rarely live up to the original.

So as the credits roll, let’s by all means have a round of applause for fate, if that’s what you want to call it, and let’s also give hospitals (which are not so bad once you get to know them) their fair dues. But I simply cannot let the curtain fall without giving the good old medical check-up the recognition its life-saving services deserve.

 

(Traduzione di Daniel Newton)

Il diavolo, probabilmente

 

« Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un perfetto organismo, la sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità… un superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità »

dal film “Alien”

 

Ho sempre avuto in orrore gli ospedali. Bella scoperta, lo so, come se qualcuno invece li amasse. Non saprei dire, c’è gente che adora i cimiteri, che sente il fascino delle rovine o dei luoghi desolati, per cui mi aspetto un po’ di tutto dai miei simili, ma ad onore del vero, un autentico patito di ospedali non l’ ho mai conosciuto.

In me tuttavia l’ ospedale provoca quasi  una vera repulsione, mi pare addirittura di sentire una voce dentro che mi dice di scappare, un po’ devo farmi forza per varcare la soglia, ecco. Del resto, è  così anche quando mi tocca andare al catasto o in un qualsiasi ufficio pubblico, per cui al fondo di questa repulsione sospetto che ci sia la percezione che in certi luoghi ci si trova per così dire spossessati di se stessi ed assoggettati ad un potere esterno, per di più indifferente se non potenzialmente ostile. Ma non divaghiamo.

Pur nutrendo questa viscerale antipatia, negli ospedali sono entrato ripetutamente in questi anni, per via dei controlli medici previsti dai protocolli Saipem. Sono diligente, mi sottopongo regolarmente ai famosi check-up, insomma, ogni volta sia necessario al mantenimento del Medical Fitness Certificate. Viaggio tanto, come del resto molti colleghi, e spesso in luoghi poco raccomandabili, ed è meglio accertarsi prima della propria salute e forma fisica.

Il check-up, pur richiedendo di frequentare l’ ospedale,  è tuttavia un’ esperienza di natura del tutto a se stante.  È una conferma che stai bene, che sei in buona salute, che dell’ ospedale non hai affatto bisogno, tu. Ed è proprio lui, l’ ospedale, a dirtelo, negando in qualche modo se stesso. L’ animo umano è complicato, lo so, ma il check up ha un po’ il sapore della sfida, e di solito ne esci pensando “tiè”.

Una specie di rito scaramantico, insomma, anche se in fondo sai bene che una sfida non si può vincere in eterno, puoi fuggire come il cavaliere a Samarcanda, ma non sempre e non per sempre. Specie poi se il menu del check-up varia e di tanto in tanto si aggiungono esami mai fatti prima.

Necessita approfondimento, dice il referto, nero su bianco. E per non correre il rischio di essere frainteso, chiarisce anche il concetto. Si consiglia biopsia.

Ci deve essere un errore, è chiaro. Io sto benissimo. E poi, a volte i medici sono fin troppo precipitosi, con gli esami, gli basta l’ ombra del sospetto del dubbio. Tanto poi a fare la biopsia devo andarci io, mica loro. Niente panico.

Il mio medico curante è una dottoressa di mezza età, molto pratica e diretta. Pane al pane. E poi è una che ama la montagna, e questo nel mio personalissimo sistema di valori è già di per se un titolo di merito. Gli affido il plico. Che ne pensa ? Beh, rifacciamo gli esami, tanto per cominciare, ed aggiungiamone qualcuno non invasivo, ad esempio un’ ecografia, prima di precipitarci a fare la biopsia. Lo dicevo io, che è in gamba.

E dunque, ancora ospedale, come se fosse il match di ritorno. Concentrati sulla partita, che gliela facciamo vedere, sicuro che ribaltiamo il risultato. Risultato invece confermato, è tutto uguale a prima, cioè c’ è qualcosa di anomalo. Si consiglia biopsia. Due a zero. Torno dalla dottoressa. E allora ? Allora abbiamo un problemino. Cioè ? Cioè le è toccata. Non serve dire cosa, e difatti lei non lo dice.

Gli esami invasivi fanno paura, inutile negarlo, ma a questo punto Alien ne fa di più.

Sì, proprio Alien.

Io non so se gli sceneggiatori del film ne fossero consapevoli, personalmente tenderei a pensare di sì, ma la nascita del mostriciattolo, o più precisamente dello xenomorfo (Linguafoeda acheronsis secondo Wikipedia), è la metafora perfetta del granchio tumescente, del tumore canceroso, insomma, del male del secolo. Proprio lui, quella cosa lì che mi è toccata.

Una creatura vivente, eppure aliena, che cresce dentro un corpo umano nutrendosene. Insospettabile e silente all’ inizio, attende pazientemente di essere grande abbastanza da dilaniare il suo ospite. Un parassita, ma un parassita grande abbastanza da essere visto e toccato con mano.

La cosa piuttosto seccante in questo caso è che l’ ospite dell’ alieno sono io, ed il corpo di cui il piccolo mostriciattolo si sta nutrendo per diventare grande e forte è il mio, ormai è piuttosto probabile che le cose stiano davvero così. Un fatto è più duro di una pietra, diceva il mio professore di fisica all’ università.

Poco dopo scopro che la biopsia in fondo non fa più male di una seduta dal dentista, dopo di che segue l’ attesa del verdetto finale, la sentenza del terzo grado di giudizio, la Cassazione medica. Ed il verdetto è ancora a favore di Alien, per la terza volta, maledetto lui, con sentenza definitiva, inappellabile e passata in giudicato. Non c’è corte ulteriore, tergiversare non renderebbe certo le cose più facili a me, ma le renderebbe assai più facili a lui, il tempo è dalla sua parte, e dunque occorre intervenire, non c’è più alcun dubbio, una fortuna essersi accorti, anche se avevo sempre pensato che “fortuna” significasse qualcos’ altro. Ma prima c’è una ulteriore raffica di esami preparatori. Comincio ad essere un habitué, dell’ ospedale, e mi figuro il tetro edificio che ad ogni mio passaggio borbotta un “tié” alle mie spalle. Fervida immaginazione, lo so, o forse un po’ di coda di paglia. Certo è che ormai entro ed esco con le orecchie basse.

Gli esami di contorno hanno nomi minacciosi e suggestivi, vengo scannerizzato, radiografato, tomografato e scintigrafato, mi lascio iniettare in vena isotopi radioattivi (“per ventiquattro ore stia lontano da bambini e donne incinte”) e liquidi di contrasto che lasciano un saporaccio in bocca (“beva molto, mi raccomando”). Roba che la mia indole salutista avrebbe evitato come la peste, ma è chiaro che ormai non sono troppo in grado di negoziare condizioni. Gli esiti sembrano tuttavia confortanti, il mostriciattolo non pare avere figliato e si può procedere all’ esorcismo, una specie di interruzione della diabolica gestazione che ospito mio malgrado. Assai mio malgrado.

Il diavolo, probabilmente, perché la domanda spontanea è sempre la stessa, perché capita proprio a me, e la risposta alla domanda non c’è mai, perché se ci fosse vorrebbe dire che il mondo è razionale e giusto e tutto sarebbe assai più semplice. Il diavolo, probabilmente.

Il ricovero rappresenta la resa, che sportivamente riconosco. Sì, lo ammetto, ho bisogno di lui, dell’ ospedale. Tocca abbandonare la superbia e rimettersi in mani altrui. Fate dunque ciò che volete, ciò che dovete, ma liberatemi subito dall’ ospite inquietante. E lui, l’ ospedale, stavolta pare accogliermi addirittura con nobile condiscendenza. Parcere victis, debellare superbos, sembra essere la sua regola.

Facciamola breve.

Dopo una nuova serie di esami, ai quali ormai non oppongo più alcuna resistenza, arriva il gran giorno. Nel corso di una battaglia iniziata all’ alba e protrattasi per quattro ore, il piccolo xenomorfo viene fatto a fettine e rimosso ad opera di una specie di Trasformer che si chiama Da Vinci quasi fosse una tartaruga ninja, se vogliamo continuare con le metafore cinefile. Quasi un peccato aver dormito sodo per tutto il tempo. Chirurgia robotizzata, se non è fantascienza poco ci manca, credetemi.

La quiete conseguente serve a curare le ferite, quelle relativamente piccole al corpo e quelle un po’ più profonde all’ orgoglio, ed a recuperare le energie. Un mese di domiciliari per disposizione dell’ autorità medica. L’ alieno era di una brutta specie, e l’ ospite rischiava la pelle, c’ era poco da tergiversare. Gli esami successivi sono tutti negativi, nessuna traccia ulteriore dell’ immondo essere, nessuna indesiderata eredità, nessuna terapia di contorno. Neanche due mesi dopo, ottengo il certificato per tornare in palestra, il che mi consente un recupero di autostima non indifferente.

Gli xenoformi sono infidi, come l’ equipaggio dell’ astronave Nostromo aveva presto imparato a sue spese, e perciò servirà ripetere gli esami con regolarità ancora per un po’ di tempo, ma adesso è lecito essere ottimisti nel pensare che si sia messa la parola fine, e che non si debba assistere a quei cosiddetti “sequel” che, come i cinefili sanno, raramente sono all’ altezza.

Ed arrivati in fondo a questo piccolo film d’ avventura, al momento dei “credits”, va bene citare la fortuna, se così la vogliamo chiamare, e va bene menzionare l’ ospedale, che a conoscerlo non è poi così bieco, ma non si non riconoscere il merito principale. Sì, soprattutto lui, quel famoso check up, è stato dalla mia parte.

 

 

 

Una noiosa formalità

 

 

“Devi andare dal capo” disse Anna mentre Antonio transitava a passi veloci lungo il corridoio.
Antonio si fermò un attimo, perplesso. “Perché ?”.
“Non ne ho idea” replicò Anna sviando lo sguardo verso la parete dell’ ufficio. Era una brava segretaria, ma non sapeva dire le bugie.
“Sì che ce l’ hai” provò ad insistere Antonio, cercando di incrociare lo sguardo della ragazza.
“No, davvero, ha solo detto di passare dal suo ufficio”.
“Adesso ho la riunione col team, passerò a trovare il capo più tardi. Per la missione è tutto OK ?”
“I voli sono a posto, vuoi che prenoti una macchina al Cairo ?”.
“Fossi matto”.
Antonio era un Direttore di progetto, una posizione abbastanza elevata da tenerlo al riparo dal dover riferire giorno per giorno sulle sue attività. Veniva chiamato a rapporto più o meno una volta al mese, ed in quella sede presentava avanzamenti, prospettive, margini e criticità. Dunque non era questo, e d’ altra parte Antonio seguiva un progetto ancora nel pieno delle attività di cantiere, era dunque improbabile che il capo gli volesse assegnare un nuovo incarico. E, dunque, che voleva ?
Antonio si sforzò di scacciare quel pensiero mentre faceva il suo ingresso nella grande sala riunioni. A differenza del capo, lui aveva bisogno di riunioni frequenti, sia con i clienti che con i suoi collaboratori.
“Lo scaricabarile finisce qui”. Una volta aveva letto di un Presidente degli Stati Uniti, non ricordava più quale, che teneva un cartello del genere sulla scrivania. Col dovuto senso delle proporzioni, quel motto descriveva abbastanza bene anche il suo ruolo. I problemi che il team di progetto non riusciva a risolvere finivano sulla sua scrivania. Del resto nessuno, ad un livello superiore al suo, aveva una conoscenza del progetto neppure lontanamente paragonabile alla sua, e dunque era a lui che toccava risolvere tutto ciò che poteva, prendendo le decisioni con le informazioni, raramente complete, che riusciva a raccogliere attraverso i collaboratori.
“Stressante” era un termine talmente abusato da essere divenuto odioso, ma Antonio non ne trovava uno migliore per descrivere la sua condizione quotidiana. Gli tornò in mente una frase che aveva letto alcuni anni prima su un testo specialistico. Diceva più o meno che gestire progetti è un mestiere a termine, lo si poteva praticare ad alti livelli per un numero di anni limitato, una decina o poco più. Cominciava a capire il senso di quell’ affermazione, la pressione continua, la necessità di prendere decisioni in carenza di informazioni, la cronica mancanza di tempo, il più delle volte il progetto era già con l’ acqua alla gola nel momento stesso in cui glielo assegnavano ! A lungo andare si rischia che l’ emergenza diventata stato permanente si declassi ulteriormente ad abitudine, business as usual, insomma.
Eppure provava ancora piacere a fare quello che faceva. “Se dovessi accorgermi che le cose stanno diventando così, chiederei di cambiare mestiere”, si diceva Antonio. “Ammesso di riuscire davvero ad accorgersi, ed ancora di più ad ammetterlo”, si rispondeva.
Perso in queste riflessioni, si rese conto che la riunione stava procedendo quasi a sua insaputa. Cercò di concentrarsi, rispose alle domande, e liquidò gli argomenti il più in fretta possibile.
Ma che voleva il capo ?
Tanto valeva togliersi il pensiero.
“Anna, vado su”. “OK, avviso”.
Arrivato in direzione, la segretaria gli fece segno di passare. “E’ libero”.
Entrato nel grande ufficio le cui vetrate davano sul parco, Antonio si accorse che Davide era al telefono e si fermò, ma lui gli fece segno di sedersi. Davide aveva assunto quella posizione da poco tempo, e forse per quello gli appariva a volte persino un po’ impacciato. D’ altra parte, aveva lavorato lui stesso a lungo sui progetti, ed era facile intendersi sui problemi dei lavori esecutivi.
Conclusa rapidamente la telefonata, Davide lo fissò, poi guardò un foglio di missione poggiato sulla scrivania. “Vai di nuovo al Cairo”.
“Sì. Continuiamo ad avere problemi con l’ impresa civile, e voglio rendermi conto di persona. Non è escluso che decideremo di togliergli una parte del lavoro”.
Davide annuì distrattamente, era evidente che non era quello il punto.
“Mi risulta che non hai ancora passato la visita medica”.
Era questo, dunque, il motivo della chiamata.
“Ancora questa storia della visita ?” replicò, “sto benissimo, stai tranquillo. Adesso non ho tempo per queste cose.”
“Sono tre mesi che non hai tempo”.
“Sono tre mesi che cerchiamo di tenere il progress nonostante le imprese, lo sai anche tu. Non è che non voglia farla per principio, questa cavolo di visita…”
“Antonio, se avessi voluto, mezza giornata in tre mesi l’ avresti trovata. Io non ho più intenzione di mandarti in giro se non fai questa cavolo di visita”.
“Va bene, va bene, allora annullo tutto. Dopo non venire a lamentarti”.
“Antonio, non fare il bambino. Sto parlando sul serio. C’è gente che spende un capitale per farsi un check-up ogni tanto, e tu che ce l’ hai a disposizione fai pure il difficile”.
Antonio cercò di dominare l’ esasperazione. “Davide, te l’ ho detto, sto benissimo. Faccio il bravo, non fumo, mangio pochi dolci e faccio un moderato esercizio fisico, va bene ? E poi, in fondo, sono fatti miei come sto, no ?”.
“No. Se permetti sono anche, un po’, fatti miei. Se succede qualcosa ad uno dei miei, non voglio dover scoprire che era, che ne so, cardiopatico o diabetico ed io lo mandavo allegramente in giro senza nessuna precauzione. Te lo ricordi Ferrini ?”.
E ti pareva che non tornasse fuori la storia di Ferrini. Un collega, Antonio lo conosceva. Qualche anno prima era stato stroncato da un arresto cardiaco durante missione in India.
“Davide, non esagerare adesso. Ferrini fumava come un matto. Te l’ ho detto, sto bene. Appena torno faccio questa visita, va bene ?”
“Falla domani, prima di partire”.
“Ascolta. Domani c’è il saggio musicale di mio figlio. Non me lo perdo nemmeno se casca il mondo. La visita del cavolo la faccio appena rientro, se proprio ci tieni. Promesso”.
Davide lo guardò fisso negli occhi, poi sospirò, e firmò il foglio davanti a lui.
“Antonio, questa è l’ ultima volta”.
“Promesso”.
E fu così che una settimana più tardi Antonio si trovò, alle otto del mattino, digiuno e di pessimo umore, nella sala d’ attesa del Centro di Medicina del Lavoro, un bigliettino col suo numero in una mano, ed un imbarazzante contenitore delle urine nell’ altra. Nelle successive due ore si trovò rimbalzato da un ambulatorio all’ altro, parcheggiato su scomode seggiole metalliche, visitato, misurato, testato, prelevato, palpeggiato, manipolato in ogni maniera concepita dalla scienza medica, mentre individui in camice bianco lo maneggiavano con sbrigativa efficienza. Si alzi. Si giri. Tolga la camicia. Salga su quella pedana. Si rivesta. Rimbocchi la manica destra. Tossisca. Ancora. Fermo così. Non respiri. Può andare.
Solo all’ ultima tappa Antonio si trovò di fronte un essere comunicante, nella forma di un giovane medico coi capelli a spazzola e gli occhi chiari. Quando Antonio entrò stava seduto ad una piccola scrivania e studiava il suo incartamento.
“Lei ha un passato da sportivo ?” gli chiese “Ha fatto agonismo ?”
“No, assolutamente” rispose Antonio. “Da giovane giocavo un po’ a pallone, adesso faccio qualche partita a tennis ogni tanto, giusto per tenermi in forma. Niente di competitivo.”
“Mai praticato ciclismo, o mezzofondo ?”.
“No, mai”.
Dove voleva arrivare ?
“Sapeva di essere bradicardico ?”
Allora era quello. Antonio si sentì sollevato.
“Sì, è una cosa di famiglia, abbiamo il cuore un po’ lento nei battiti.” Si sforzò di sorridere. “In fondo è una cosa buona, no ? Meglio questo che la tachicardia…”
Il dottorino sorrise. “Certo, in principio è come dice lei. Il cuore d’ atleta. Però il suo è davvero molto lento, sa ?”.
“Che intende dire ?”
“Devo chiederle di fare un monitoraggio Holter”.
“Che cosa ?”.
“Niente di preoccupante. Le applicheremo alcuni elettrodi collegati ad un apparecchio portatile, non più grande del suo smartphone. Non le darà troppo fastidio. Dovrà tenerlo ininterrottamente per 48 ore, così se c’è qualche aritmia ipocinetica la rileviamo.”
Antonio cercò di dominare la rabbia che gli montava dentro.
“Senta, qui stiamo perdendo tempo. Io ho molto da fare e ….”
“Se fossi in lei lo farei.” lo interruppe il dottore fissandolo negli occhi. “E comunque, fino a quando non vedrò i risultati non potrò rilasciarle l’ idoneità”.
Niente idoneità, niente missioni, pensava Antonio. E come poteva tornare da Davide a dirgli che non aveva passato la visita ? Qui si poteva solo scegliere il male minore.
“Vediamo di sbrigarci, allora”.

Nei due giorni successivi, l’ umore di Antonio oscillò dal cattivo al pessimo. I collaboratori giravano alla larga. La macchinetta era grande come uno smartphone d’ accordo, ma tenersi addosso uno smartphone anche mentre si dorme o ci si lava, non è esattamente “nessun fastidio”. Senza contare i cerotti degli elettrodi che gli tiravano la pelle. E pensare che all’ inizio il dottorino gli era parso pure simpatico.
Ritornato alla clinica, Antonio consegnò la macchinetta, si lasciò staccare gli elettrodi e fu invitato a sedersi in sala d’ attesa mentre i dati del monitoraggio venivano analizzati. Dopo un tempo che gli parve esagerato, l’ infermiera tornò e gli disse di accomodarsi. Il dottore lo attendeva alla solita scrivania, ingombra di tracciati. Teneva in mano la cartella col suo nome sopra.
“E’ soddisfatto, adesso ?” gli ringhiò contro Antonio, esasperato.
“Dipende”.
“Dipende da che ?”
Il dottore poggiò la cartella e lo guardò negli occhi. Non pareva risentito, né polemico.
“I dati del monitoraggio confermano la mia ipotesi. Lei ha effettivamente qualche aritmia ipocinetica. Guardi qui. Il battito cardiaco varia nel corso delle 24 ore, è così per tutti. Ma il suo è molto lento già normalmente e nel suo caso, qualche volta, soprattutto di notte, il battito si arresta del tutto.”
Antonio sentì un’ ondata di calore freddo, un rombo improvviso alle orecchie.
“Ha detto che si ferma ?”.
“Sì. Sono pause di due o tre secondi, poi riparte…..ma ce n’è una addirittura di sette secondi, guardi qui, vede ? Decisamente troppi. Detto fra noi, siamo stati fortunati a rilevarla. Ha mai avuto sensazioni strane tipo capogiri, cali di pressione o sensi di svenimento ?”.
“ Non sono mai svenuto, no ma.. a pensarci bene qualche volta, non spesso, ho provato qualche sensazione di vertigine, per un momento, poi passava subito … pensavo fosse lo stress. Non ci ho mai badato troppo….”
“Ecco, non vorrei che si preoccupasse oltre misura, sono situazioni ben note in letteratura, probabilmente lei va avanti così da molti anni senza saperlo e nella maggior parte dei casi senza nemmeno accorgersene. Però adesso che lo sappiamo, possiamo metterci rimedio. Le serve un pacemaker”.
“Ma…”
Il dottore alzò la mano per impedire ad Antonio di interromperlo.
“Mi lasci finire. E’ un caso molto particolare, il suo, ma non è unico, come le dicevo. In condizioni normali, il suo cuore non ha bisogno di nessuna assistenza, ed il pacemaker non interviene in nessun modo. Solo nel caso di un’ aritmia, di una pausa prolungata, allora produce una leggera scarica elettrica per favorire la ripresa del battito regolare.”
“Lei mi sta forse dicendo che mentre io dormo il mio cuore si potrebbe fermare ? Fermare e non ripartire, fermare definitivamente, intendo dire …”
“Ripeto, lei avrebbe potuto benissimo campare altri cent’ anni senza mai accorgersi del problema, esattamente come ha fatto finora. Ma non possiamo escludere che, una volta o l’ altra, magari in condizioni di particolare stanchezza o stress psicofisico, possa esserci … una difficoltà seria di ripartenza, diciamo.”
“Un arresto cardiaco”.
“E’ un’ eventualità remota, insisto, ma non la possiamo escludere in modo assoluto. Sa, qualche anno fa proprio un suo collega, all’ improvviso, mentre era in missione all’ estero…”
“Ferrini”.
“Sì, si chiamava così. Ferrini.”

Vincenzo Appeso

 

Vincenzo con il petrolchimico non era mai riuscito ad andarci veramente d’accordo. Lui era nato lì a due passi, un paesino arroccato su una scogliera a strapiombo sul mare; un mare trasparente e cristallino come ora si vede solo sui cataloghi delle agenzie di viaggio. Maldive, praticamente.

Su quella scogliera Vincenzo andava da ragazzino con gli amici a caccia di lucertole o a raccogliere le piccole lumachine bianche dopo che aveva piovuto, e c’era tornato anche più grandicello in altra compagnia. Su quella scogliera aveva dato il primo bacio e non solo.

Del resto, lo sapevano tutti che quello era il posto dove si appartavano le coppiette, i vecchi del paese scuotevano la testa, dicevano “ai nostri tempi noi giovanotti non ce l’avevamo la macchina per fare i nostri comodi”, ma si sentiva più rimpianto che condanna.

Era vero, ancora quando Vincenzo era ragazzino il paese era fatto di contadini, le macchine erano poche e qualcuno ancora transitava a dorso di mulo lungo le stradine delimitate da muri a secco.

Dalla famosa scogliera si dominava il golfo, la spiaggia bianchissima. La sera le lampare dei pescatori di polpi tremolavano come lucciole.

Per forza che uno ci portava la ragazza, no ?

Vincenzo per la verità preferiva andarci la mattina presto sulla scogliera, gli piaceva sentire sulla pelle l’aria fresca profumata di mare, mentre l’alba incendiava l’orizzonte a strati davanti ai suoi occhi assonnati. Qualche volta era persino sceso giù alla spiaggia per fare il bagno, nella stagione buona, ma preferiva non dirlo a nessuno questo, ci sono cose che se le fai ti prendono per matto senza una vera ragione, certe cose semplicemente non si fanno. Il bagno all’alba, per esempio.

Poi era arrivato il petrolchimico.

Era lo sviluppo del Mezzogiorno, dicevano, il futuro è nella chimica, c’era stato un gran via vai di politici, facce conosciute prima solo in televisione, quando parlavano al telegiornale, e facce di locali, fin troppo conosciute invece, pezzi grossi.

Come che sia, il petrolchimico l’avevano fatto e adesso dalla scogliera si dominava un intero distretto industriale, impianti e ciminiere, pontili e tanti di quei tubi da poterci arrivare sulla luna.

Avevano lasciato qua e là dei pezzetti di spiaggia, certo, ma non era più come una volta e Vincenzo sulla scogliera non ci andava più così volentieri, la lasciava ai ragazzi, che continuavano ad andarci con la fidanzata.

Certo bisognava dire che il petrolchimico un po’ di lavoro lo aveva portato, lui per esempio era stato assunto tanti anni prima come operaio, aveva fatto un po’ di tutto, poi era finito nel reparto manutenzione, ed anche suo figlio, il grande, aveva trovato lavoro presso una ditta che faceva coibentazioni. Il piccolo no, quello ancora studiava e forse sarebbe riuscito a farlo diventare ingegnere. Avrebbe lavorato anche lui nel petrolchimico, certo, ma con un altro ruolo ed un altro stipendio, si spera.

Insomma, le cose erano andate un po’ meglio, l’emigrazione era diminuita, e semmai adesso era l’immigrazione, quella che preoccupava. C’è sempre qualcuno che sta peggio di te.

Le cose andavano meglio, ma il prezzo era stato alto, pensava Vincenzo, mentre percorreva lentamente sulla sua Panda la provinciale che conduceva allo stabilimento.

Il suo capo era una donna, ed anche questa cosa avrebbe fatto scuotere la testa ai vecchi del paese. Ma a Vincenzo non importava poi tanto, lei era un ingegnere, veniva da Palermo, si chiamava Teresa, e la gente della manutenzione la rispettava, un po’ perché sapeva il fatto suo, un po’ perché una donna certo non la puoi mandare a quel paese come faresti con un capo maschio. Lei lo sapeva, e se ne approfittava.

Appena arrivato, la segretaria gli disse di andare in sala riunione. Teresa era già lì con gli altri supervisori.

“C’era troppo traffico sulla strada stamattina” esordì Vincenzo entrando nella sala. Teresa lo guardò fisso accogliendo con un mezzo sorriso quella scusa non richiesta e gli fece cenno di sedere.

“La ditta Guarresi ha finito con un paio di giorni di anticipo di sostituire le coibentazioni” disse Teresa. “Vorrei approfittare dei ponteggi per fare l’ispezione degli strumenti di linea”. Vincenzo sorrise fra sé, suo figlio lavorava appunto per la Guarresi, una ditta seria, era stato fortunato.

“Te ne occupi tu Vincenzo”. Non era una domanda. “Ho già chiesto i permessi, ma si sale con le protezioni perché non c’è ancora l’agibilità. E’ chiaro ?” Questa volta era una domanda. “Imbraco completo?” chiese Vincenzo. “Sì, attrezzatura per lavori in quota “ intervenne Pietro, che era il supervisore della sicurezza.

Voleva dire bardarsi come uno scalatore sulla ferrata, un imbraco con due corde di sicurezza che terminavano ciascuna con un moschettone da agganciare all’apposito cavo. E quando si doveva passare da un cavo all’altro si agganciava il secondo moschettone prima di sganciare il primo, in modo da rimanere sempre legati.

E così Vincenzo s’inerpicò sui ponteggi, salì le scale alla marinara, si fermò a prendere fiato sulle piattaforme, si avventurò sulle passerelle fatte con i grigliati che la ditta Guarresi aveva smontato per eseguire i lavori e poi rimontato.

E fu così che Vincenzo, un passo dopo l’altro, mise il piede sul quarto grigliato della seconda passerella, che era stato appoggiato ma non ancora fissato. Il piede di Vincenzo fece leva, il grigliato si ribaltò attorno ai supporti intermedi, roteò colpendolo violentemente all’altezza dell’anca. Vincenzo sbilanciato urlò, roteò le braccia alla ricerca di un appoggio che non c’era, annaspò curiosamente a mezz’aria per poi sprofondare nel vuoto, mentre il grigliato sbatteva rumorosamente contro il parapetto.

Vincenzo precipitò per circa un metro e mezzo, poi la corda di sicurezza si tese, il contraccolpo lo mandò a sbattere contro una trave, sentì un dolore lancinante alla spalla e si trovò a penzolare col cuore che gli batteva all’impazzata e le cinghie che tiravano forte sull’inguine.

Vincenzo guardò in basso, le vertigini gli diedero un senso di nausea, la pavimentazione in cemento era trenta metri sotto di lui, dieci piani. Vide Pietro che si sbracciava, urlava qualcosa al walkie talkie, poi scorse operai che correvano verso il ponteggio, ma non riusciva a riconoscerli.

Un incidente come questo, Vincenzo lo sapeva bene, viene chiamato un “near miss” che vuol dire , più o meno “c’è mancato un pelo”, “è andata bene”.

E così, ci piacerebbe concludere questo racconto con Vincenzo tirato su a braccia dai compagni, rimproverato da Teresa per la sua imprudenza, preso in giro per anni durante la pausa mensa, Vicenzu ‘Npisu, Vincenzo Appeso sarebbe stato per tutti.

Ma non sempre la vita è fatta di racconti edificanti.

Vincenzo si era stancato di agganciare e sganciare moschettoni, in fondo camminare su un grigliato non era come arrampicarsi sul ponteggio e poi la ditta aveva ormai finito di lavorare, l’aveva detto anche Teresa.

E così nessuna corda di sicurezza interruppe la caduta e Vincenzo ci mise poco più di due secondi a raggiungere la pavimentazione di cemento.

Due secondi.

Blind Spot

 

There is no such thing as an intelligent accident. All accidents are stupid – each in its own way, of course, otherwise it would be too easy to see them coming – and some are depressingly stupid.

A large site is like a small town where anything between 5,000 and 10,000 people live for a couple of years, most of them doing dangerous work, and it is a tall order to expect no one to hurt themselves.

What’s more, not only are some sites as densely inhabited as a town, but they are also as big.

The major sites in the Middle East are often very big indeed, and it was on one such site that Rashid was employed: it was six kilometres end-to-end and about three from the jetty where Rashid was working to the storage tanks area where his supervisor had just told him to go.

“When you’ve finished here, go immediately, they need help. Get a move on.”

Get a move on.

Easy for him to say.

Supervisors have their company cars and can fly about the place at will, but Rashid, like all of his workmates, had arrived early in the morning on a bus and would return to camp at the end of his shift on the same bus. He had no desire whatsoever to walk three kilometres under the sun just for the sake of a job needing to be done elsewhere. And there was the glare of the sunlight, and the relentless wind that kicked up the Ane desert sand which blew it into your eyes and nostrils.

And instead of saying “go”, would it cost much to say “I’ll take you”?  Was he afraid of contaminating his nice Toyota Corolla by giving Rashid a lift? Or was he truly so busy that he could not spare five minutes of his time – just five ?  Rashid tried to object, and even tried to bluff saying “Okay, okay, next shift I’ll take the bus there”, but the supervisor didn’t take the bait.

“Go now, I said. Now. They are waiting for you.”

“How do I get there?”

“Figure it out.”

End of communication.

Rashid was just an assistant.

When the big trucks for moving earth and gravel came and needed to be either loaded or

unloaded, Rashid was the one on the ground signalling instructions to the driver – “further

back”, “a bit to the right”, “stop”. That was all. Not what you might call a high-profile

job, agreed, but that was all he could find, and there is no doubt that $150 plus board and

lodging were far more than he could dream of getting at home, in a little village on a river

somewhere in Bangladesh.

And anyway, the work wasn’t hard and he had the advantage of being able to get to know all the truck drivers.

That is why Rashid didn’t have too much trouble figuring it out.

He spotted Sanjay coming at the wheel of his gigantic tipper truck, one of those used for

moving earth. He waved his arm and Sanjay pulled over, engine running, the enormous

wheel almost as tall as Rashid who, admittedly, was no giant. He was agile, though, and he

sprang up the three steps to the door, opened it and, using gestures to help him communicate

over the noise, asked:

“Are you going to pick up a load?”

“Yes,”

“Can you give me a lift to the tanks? The storage area. Know what I mean? You’re going that way anyway … “.

“Okay”.

Rashid climbed in.

The supervisor knew what Rashid was about, but there was nothing he could say. Lorries are not taxis, but it often happens on-site that things are done in a hush-hush manner. Everyone knows it. Such is life, and not only on-site.

Rashid and Sanjay did not speak much during their journey together, because Sanjay was Indian from Maharastra and did not speak Bengali, and neither of them spoke much English.  Sanjay, however, did not simply drop Rashid off at the tank area, but drove all the way in to save Rashid a walk. This was an unexpected act of kindness and Rashid thanked him warmly.

There is no doubt that Rashid had covered the distance in double-quick time .

Perhaps too quickly.

After all, if he had walked all the way it would have taken him more than half an hour, right?  And anyway, he had taken it upon himself to ask for a lift, he had been under no obligation to do so, and the time he had saved was legitimately his own. It certainly did not belong to the supervisor who hadn’t even bothered to give him a lift.  Such were Rashid’s thoughts as he climbed out of the truck, at which point he spotted the smoking area off to one side.

Just one cigarette in peace and quiet before getting back to work. He deserved it, there was no doubt about that. Not a bad idea, in fact ….

He thought for a moment, then made up his mind.

Sanjay, on the other hand, didn’t stop. He needed to turn the truck round in order to get back to the road. He may have wasted some time, but he knew that kindness is never wasted on-site – today I do something for you, tomorrow you do something for me: that’s how we help each other.

The ground in a work area is not smooth like a motorway. It is poorly compacted soil and is full of holes and humps. If the front wheel of the truck had hit a stone, Sanjay would have noticed, but a human body is soft and the giant truck was entirely unaffected.  Sanjay saw rather than heard the people running towards him waving their arms and shouting, and although he could not hear what they were shouting, he understood at once that something terrible had happened. He braked.

Rashid was lying face down, his face covered in red earth. The gigantic wheel had crushed his left leg and come to a stop on his midriff. But Sanjay did not know that.  People were shouting at him to back the truck up.

Rashid was breathing, he was even conscious, but he did not have’ the strength to speak.

They cleaned his face as best they could with the cleanest cloth they could find. He indicated

that he wanted to sit up, and someone even helped him, out of ignorance or compassion,

perhaps, but without thinking that it was the one thing that should not be done. Of course

he felt pain, but he also felt a strange warmth, and he thought he heard a whooshing sound

just like that of the wind in the trees on the banks of the river in his village when the season

changed, a sound of wind and water combined. For a moment, he thought he could see it,

that place on the banks of the river where he had played as a child, and where he had later

taken all his children, one by one, as if it were some form of initiation rite – all of them except the most recent, who was still too young. He wanted to take him too.  The people around him were agitated, but Rashid heard nothing, it was like watching a silent movie. All he heard was that whooshing sound, which got louder and louder until it became a sense of deep peace and inner warmth. And then Rashid heard nothing more.  Everything suddenly became very white and he fainted just before the ambulance arrived.

He died of internal haemorrhage two hours later.

There are no intelligent accidents, but some are desperately stupid.

The investigation was soon over, once the plain obvious truth had been confirmed.  Rashid had not moved away from the truck immediately. Rather, he had hesitated a moment too long. Debating whether to head directly for the work area or to pass by the smoking area, in the end he had opted for the latter and had passed in front of the truck.  The events were reconstructed, even if it wasn’t necessary.

It was discovered that if a person stands in front of the truck, very close to it, the driver will barely be able to see the top of his or her head . But if the same person stands in front of the front wheel, the driver will be able to see nothing at all.

It is the famous ‘blind spot’ which nobody has yet found a way of eliminating, despite the proliferation of mirrors in every shape and form.  And if the wheel is turned outwards, the body won’t even be deflected by the bumper, which, although perhaps causing injury, would deflect it nonetheless. There is instead immediate contact between the tyre and the man, the tyre with its wrapping motion dragging the man down towards it, like a millstone, like a vortex, like an evil octopus.  Rashid had no chance of escaping. He had drawn the short straw in an improbable game of chance. Bad luck.

Counter-measures were adopted with equal alacrity. Special training sessions were organized for all drivers stressing the importance of keeping in sight the people on the ground and providing information about the blind spots on all the vehicles used on the site – every reasonable and rational measure that could be thought of.

But the frustration remained for a long time.

How to prevent such an accident?

Do we need safety procedures to warn people about the hazards of crossing a road? Do

we need to tell them that it is dangerous to stand in front of a large truck which is about to

move off?

My God, these are things one learns at the age of five, not forty.

At what age does one forget them, though?

At what age does one become so adult, so invulnerable or careless, as to put one’s life on the line every day without even noticing? How many occurrences like this happen every day on such a big site?

Such thoughts occupied my mind constantly in the days and months that followed, caught as I was between genuine inquiry and sudden outbursts when I had to recount over and over again the same unbelievable story, especially whenever I had to go over the same story with myself, trying again and again, and still failing, to find some kind of sense or direction, some clue, some trigger, anything at all to make Rashid’s life not seem wasted.  It was as if the very absurdity of the accident was its armour, that which protected it from any attempt at rationalisation, from any genuine prevention plan.  It is as if we have to start from scratch, I would tell myself, as if everything has to be reset, all ideas and behaviour erased so that we tan learn them all over again.

It is as if we have to rebuild an entire culture from the bottom up.

A vast enterprise. The work of visionaries.

Which, ultimately, is what we’re here for.

(Traduzione di Robert Norris)

Bad Luck (English version)

 

 

There’s not much to do on site on Fridays.

Friday is a holiday all over the Islamic world, a day for the mosque.

Only jobs that cannot be interrupted are allowed to continue, otherwise it is an opportunity to make up for delays or take advantage of the absence of personnel to carry out inspections, x-ray welds and service the vehicles.

That’s why Shail was there.

He was not a Moslem, unlike the majority of the almost nine thousand people that normally populated the site. He was Indian, from northern India.

 All week, Shail had been aware of a noise coming from his crane, an irritating ticking-sound every time he raised or lowered the telescopic arm. Tick-tick-tick. Annoying.

It was a nice new crane, too, fully computerised, very sophisticated, a real gem. It wasn’t all that big – 100-ton cranes are no rarity on site – nothing compared to that monster which arrived from Germany for lifting the big pylons.

What a beauty that was.

It took them ten days to assemble it, offloading it from lorries in bits and pieces in crates, and to test it – you don’t use a machine like that without trying it out beforehand. It then took them a week to do the job, and another to dismantle it again and ship it off to somewhere else as fast as possible.

Quite, because a toy like that costs 150,000 dollars a day to rent, or so on-site conversations during break would have it, and the sooner it moved on the better.

While it was there, though, what a magnificent sight it was. You saw it from a long way off, from the bus which drove Shail and the others to the site every morning at six. It towered above everything, with its arm raised one hundred metres up in the air, like a thirty-storey building – only in Bombay had Shail seen such tall buildings, when they took him there to catch the plane to come here. He was not from Bombay, he was from a town in the North where the tallest building was no more than three storeys high.

Shail’s new crane wasn’t the eighth wonder of the world, but it cut a fine figure nonetheless, all immaculate white, brand-new on its first site, and it could easily stretch its telescopic arm to fifty metres and still be able to lift considerable loads. There were jobs that he alone could do, and they called him here and there, and always Darshan would assign the tasks, saying: “No slacking, I have to send you somewhere else.”

Nothing strange about that, he could afford some overtime with this crane. It, too, cost a pretty penny to rent, perhaps not the one hundred and fifty thousand required for that other one, the site’s jewel, but it certainly wasn’t cheap.

Shail had no idea of what 150,000 dollars looked like all together, he struggled to scrape together two-hundred a month, or two-fifty by working on Fridays, like today.

And he was one of the senior workers – he had been with cranes for fifteen years, now.

That was why he was given the new crane when it arrived on site at the beginning of March. Because he was an expert, they said he was quick on the uptake, and anyway there weren’t many who could figure out the computer and how to make the contraption work.

It was not like the smaller cranes that did most of the daily work, which were all levers and buttons, turn this, push that, following the directions of the team leader on the ground, cranes that a child can operate – as long as you don’t make sudden movements and the load is not excessive, because then there is the risk of overturning it.

This was different, because you didn’t speak to it directly through its levers: you spoke first to the computer and then the computer spoke to the crane. If you wanted it in a particular position with its legs splayed and its arm raised, you communicated with the computer until the image on the screen showed the crane as you wanted it, you then pressed Enter twice followed by another button, and the crane would move of its own accord until it reached the required position.

Not something just anyone could do.

That’s why they chose him, his engineer knew he was bright – that’s why he had given him the job, there had been talk, but Shail had felt important and even told his wife at home that evening with an unscheduled telephone call – it had cost him, but news was so rare that he hadn’t managed to resist.

 The ticking had started three days before.

It wasn’t audible all the time, it started only when you raised or lowered the arm. Not when it turned, for instance, or when it extended. But if you raised or lowered it, tick-tick-tick-tick.

Shail couldn’t help thinking about it. He told the maintenance engineer Samir, that slick youngster with white trousers and sunglasses – heaven knows where he thought he was, this is a working yard, not a beach for fat cats. But he didn’t even listen. “Yes, Shail, we’ll see what the problem is at the next maintenance check.” Shail tried to explain that this was not one of those noises the crane makes when it hasn’t been greased for a while, it was a precise mechanical noise, and seemed to come from within the arm, it needed somebody who knew how to disassemble it to see what was going on inside it, maybe the manufacturer should be contacted – after all, it’s still under guarantee, isn’t it?

He told Samir again on Thursday.

“Ok, ok, Shail, park it outside the workshop for now, come back tomorrow morning for the maintenance check, we’ll grease everything and if the noise persists we’ll decide what to do on Saturday.”

And so Shail was here now, on a Friday in July at three in the afternoon, seated in the cabin of his crane with a temperature outside of around 45 degrees centigrade. All because of that fool.

He had turned up that morning, as arranged, at six thirty, and the maintenance team had arrived shortly thereafter. Well, so-called maintenance team. Sati Singh had turned up with a Bengalese assistant who was little more than a child. No trace of Samir – he wouldn’t dream of spoiling his Friday evening.

At least Sati was there, though.

He didn’t know him too well, but he was Indian. They weren’t friends, but they understood each other. He was from northern India too, but he was a Sikh, almost all those who were called Singh were Sikhs, but he was a Sikh who didn’t wear a turban and did cut his hair. He was about fifty, about ten years less than Shail, a peaceable chap. Not so tall, he had lively inquisitive black eyes and a monumental moustache.

One could speak with Sati. He too was born in a place where they speak Hindi, an important fact because the Indians often did not understand each other, what with Mahastri and Urdu; often it is even necessary to use English, but Shail didn’t know much English.

The boy from Bangladesh who assisted Sati also spoke Hindi, when he spoke at all, he was so shy he stood to one side waiting for Sati to ask him to pass another pot of grease, a roller or a spanner to open the crane’s lubrication doors.

They worked all morning until past noon. Sati was left-handed and it was strange to see him work, holding the roller, sticking it in the pot, running it up and down the guides, always with his left hand, not that there is anything wrong with it, it was just strange to see, stranger than watching someone write with their left hand.

He greased all that was greasable, once, twice, three times, yet every time Sati asked Shail to move the arm, they heard that ticking sound, which just refused to go away.

“It’s coming from inside the arm, I think it’s the main pivot, I told Samir that it has to be disassembled.”

“Ok ok no problem, let’s go to the camp now, and in the afternoon we can come back here and take another look at it, agreed? ”

Come back here for what, you know nothing about it and neither do I, thought Shail, but he said nothing – if he comes back in the afternoon it’s a few more hours’ pay, and they are asking him, not the other way round. Anyway, it serves Samir right, he never listens to anyone, and he’s been told that it needs an expert.

That’s why he was here now, at three in the afternoon with the wind kicking up clouds of sand like a golden mist, Shail could see it from the crane’s cabin, while Sati busied himself about the crane and the boy stood on the ground with an absent look in his eyes.

“There is an inspection window at the base of the arm, let’s try and open it,” Sati said.

Patiently, Shail seated himself at the command panel, turned on the powerful engine and started programming the computer, because in order to use the inspection window the arm needs to be extended by 45%, no more, no less, so that the guides are all aligned and the window is uncovered and can be used to look inside. Everyone knows this, telescopic cranes are like that. Shail programmed the computer, which took a bit of time, a couple of minutes at least, and with this sun it was difficult to read the screen – lever-and-button cranes are almost better, he thought, I would be done by now. He pressed Enter, and then a second time when the computer requested confirmation, then the red button; he heard the oil entering the cylinder activate the piston, he couldn’t see it, but he felt it, a crane is like the a big animal, like the lumber elephants some people still use in India.

 Shail climbed out of the cabin and joined Sati on the maintenance platform. Sati had removed the screws and opened the panel.

“Let me see,” said Shail, pushing him aside.

There wasn’t much to see. A complication of electrical cables and circuit boards. A modern crane, this.

“The pivot is down there,” said Sati .

“I see it,” replied Shail, “but we can’t get to it from here, it’s too far. And anyway, we risk damaging some of this electronic stuff.” A reprimand from Samir for damaging the crane would be all he needed.

“I won’t damage anything, if I can get my arm inside I can reach that pivot, now that we’re here, let me have a go.”

“Leave it, or we’ll both get into trouble. Close the panel and I’ll put the crane back in its rest position.” “Ok, as you wish.”

Shail was once more inside his cabin, reprogramming the computer, squinting at the screen – there is even sand on it now, if I hadn’t left the door open it wouldn’t have made any difference, nobody can stop sand when there is a wind. He gave it all his attention, head down, otherwise he would have noticed that Sati had not closed the panel and had not climbed down from the platform.

Sati was not a stubborn man, but he resented the tone of Shail’s voice when he told him to leave it. He wasn’t born yesterday, and this was his job. He was perfectly capable of reaching the pivot without dirtying the circuit boards with the roller. And, anyway, whoever heard of a bit of grease doing any harm?

He turned back to look at Shail in his cabin, entirely absorbed by the computer, thinking that it took him so long either because the crane was complicated or because he was not as bright as he thought he was.

He rolled up the sleeve of his blue boiler suit, as far as it would go, almost to the shoulder – this window is so small, it wouldn’t have cost them much to make it bigger, and why is it so far from the pivot? He gave the roller a good dipping in the Draram grease and then slid his left arm into the opening – let’s see if I can reach that damned pivot, just imagine if I grease it and when the crane moves into the rest position there is no more ticking, just imagine Shail’s face, him and his bloody expert.

But he couldn’t reach it, so he withdrew his arm, pulled up his sleeve some more and putting his arm back into the hole, pushing it as far as possible, until the sleeve itself is inside the hole – I have to  get it out before Shail finishes, you don’t want your arm to be trapped inside, do you? He stood on tip-toe: there it is, two more centimetres, not more, I know I can do it.

 Shail didn’t look back. Getting the crane into its rest position was slightly easier than extending the arm by exactly 45%, if only he could see the screen better; he didn’t look back when he pressed Enter once, then twice, not even when he pressed the red button, and that was to be the mistake he would know was his, because one must never move a crane unless one is sure that everybody is off it; but who would have thought that Sati was still there, he wasn’t born yesterday, and anyway replacing four screws doesn’t take long and above all isn’t dangerous. He pressed the red button, the engine started up, but still he could hear the oil in the cylinder, the piston beginning to move – and he waited for the ticking sound to commence when the arm started to lower.

But no ticking sound could smother Sati’s scream when the telescopic guide severed his arm below the elbow – that accursed sleeve got stuck. Sati’s scream rose, rose above the sound of cylinder and engine, above the sleepy Friday yard, above the golden haze of dust, rising higher than the crane’s arm, so high and so fast it seemed it would pierce the very sky – after piercing Shail’s ears, mind and guts like a needle.

Shail finally turned to look through the window, just in time to see big, gigantic drops of thick blood spurt up and splatter across the glass with the sound of heavy rain, like a monsoon in India, dark blood through which Shail watched with wide uncomprehending eyes Sati’s stumbling mutilated form move past the cabin and attempt to climb down.

Shail remained unmoving, staring, his mind numbed by that scream, while Sati struggled off the crane, helped by the boy from Bangladesh; together they climbed into the pick-up truck where the maintenance driver had been dozing since the early afternoon, and moved off, Sati with his hand clamped over the stump, trying to quell the pouring blood.

 Shail was not there to see the pick-up stop in front of the hospital, in front of a locked door, the driver didn’t know the emergency entrance had been moved to the other side. He got out, looked for the guards, looked for help. He didn’t see Darshan arrive, Darshan the supervisor – who alerted him? – he arrived in time to see the pick-up pull away, a glance at the blood-drenched crane was sufficient – it’s  the pickup that has to be followed, and fast.

Darshan made the right choice, the driver was so foolish Sati would have bled to death had it been for him, Darshan saw and understood, left his car, got into the pick up – what a mess inside – and took it round the block to the entrance of the emergency unit.

There he witnessed something that beggars belief.

He saw Sati get out of the pick up and enter the hospital on his own two legs – who ever heard of something like that, he’s missing an arm but he has his legs, and he is walking, do you see, how does he do it, shouldn’t he be unconscious? He entered the hospital and was grabbed by a nurse, Darshan one step behind him.

The doctor came out from a back room, saw Sati without an arm, saw Darshan and said:

“Where’s the arm?”

Darshan looked at him, didn’t understand, and the doctor yelled:

“WHERE’S THE ARM?”

Darshan shook his head.

“Go and get it, now!” but Darshan thought he hadn’t understood, didn’t want to have understood, again shook his head, but this time the doctor grabbed him and shook him.

“Bring me his arm immediately, go and get it and bring it here, do you understand? It needs to be put in ice.”

Darshan understood.

“Isn’t the nurse coming?” he tried to say, but the doctor replied: “Can’t you see he’s busy?”, and turned away. Darshan understood and looked around – there’s the Bengali boy in a corner, but he is more dead than alive, what help can he be? He’ll faint before Sati does.

Darshan returned to the car, drove back to the yard, found Siva, an assistant, along the way. Siva was an old hand, and reliable, so Darshan pulled over.

“Come with me,” he said, and they moved on.

Shail hadn’t moved, he was still there, lost, Sati’s scream was still ringing in his head, tearing him apart, and he didn’t even move when Darshan asked him: “Where’s arm?”

Darshan didn’t wait, searched the crane following the trail of blood, climbed up, still could not find anything, and returned to Shail, this time screaming in his face: “WHERE’S THE ARM?” “In there,” Shail replied, indicating the arm of the crane, which was still raised, suspended in the same position it was in when destiny struck.

Darshan turned, saw the inspection window, and knew where he had to look. “Extend the arm, uncover the window,” he shouted, and Shail obeyed, luckily, Darshan would not have bet on it.

The crane came to life again, started to roar and pulsate, Darshan was on the platform now, where Sati had been, and when the arm started to move, he heard a sound inside, like something falling, a thud, he knew what it was, but he didn’t want to think about it.

The crane stopped, the arm had reached 45% extension, now the inspection window was open, a glance was enough for Darshan to see what he expected to see, the human arm inside the mechanical one. There was a gap on the bottom, he could see light, it wasn’t big, but big enough to put an arm through – or to take one out.

That’s what Darshan and Siva did, they took hold and pulled, there was a hand, it was holding something, the roller, but they paid it no attention, removing it from the clenched fingers and throwing it to one side. There was the hand, fingers closed, then the wrist, it seemed a live arm, attached to a body, until the forearm emerged, and then they could see that it was the arm of a man no longer, it was just a lump of meat, mangled as if by a clumsy butcher, a morsel cast aside by a shark who has had its fill, the bone smashed, the white nerves dangling.

Darshan and Siva felt the waves of nausea, but now was not the time, it really was not the right moment, so they averted their eyes, exchanged glances – what has to be done has to be done, why on earth did they come to work this morning? – then Darshan headed back to the hospital with Siva beside him carrying a human arm as if it were the gift of an alien.

A gift in vain, as it turned out, the arm was too badly mashed, the doctor had no doubt about it, there was nothing he could do, it was all in vain.

“Bad luck,” he concluded, he too was Indian, and Indians don’t lose their cool, they don’t swear, they don’t kick up a fuss.

“Bad luck”, nothing more to be said.

He would amputate again, reducing the stump, while Darshan remained seated on a chair in the waiting room, Siva on the other chair – but they are waiting for nothing, what are you doing there, the doctor said, go away, come back tomorrow.

Bad luck.

 They made their way back to the yard, but there was nothing they could do, and who would want to do anything anyway?

Shail was still in his cabin, on his white crane drenched in blood.

The police would remove him shortly.

 

 (Traduzione di Robert Norris)

 

 

Bad Luck

 

 

Il venerdì non c’è tanto da fare in cantiere.

In tutti i paesi islamici, il venerdì è giorno di festa, dedicato alla moschea.

In cantiere vanno avanti quei lavori che non si possono fermare, o quando c’è da recuperare qualche ritardo, oppure si approfitta della calma e della assenza di personale per fare ispezioni, radiografare le saldature, fare manutenzione ai mezzi.

Shail era lì proprio per quello.

Non era musulmano lui, come non lo era la maggior parte delle quasi novemila persone che popolavano normalmente il Site. Era indiano, del nord dell’ India.

Per tutta la settimana Shail aveva sentito un rumore sulla sua gru, un fastidioso ticchettio tutte le volte che alzava o abbassava il braccio telescopico. Tic. Tic. Tic. Fastidioso.

Era una gru bella nuova, quella, tutta computerizzata, sofisticata, una meraviglia di gru. Non grandissima, a dire la verità, una gru da 100 tonnellate non è una rarità in cantiere, nulla a che vedere con quel bestione che era arrivato dalla Germania per sollevare le grandi colonne.

Che spettacolo, quello.

Ci avevano messo dieci giorni a montarla, le casse tirate giù dai camion, tutti pezzi e pezzettini, e collaudarla, non si usa una gru così senza provarla prima. Poi ci avevano messo una settimana a fare ciò che si doveva ed un’ altra a smontarla di nuovo e mandarla da un’ altra parte in tutta fretta.

Già, perché un giocattolo del genere a noleggiarlo costa 150,000 dollari al giorno, così si mormorava al campo nelle ore di pausa ed allora prima se ne va e meglio è.

Però finché c’era stata, in cantiere, che spettacolo, la si vedeva già da lontano, ancora sul bus che portava Shail e gli altri in cantiere tutte le mattine alle sei. Torreggiava su tutto il resto, col suo braccio alzato a quasi cento metri d’ altezza, come un palazzo di trenta piani, solo a Bombay Shail aveva visto palazzi alti così, quella volta che ce l’ avevano portato per prendere l’ aereo e venire lì, lui non era di Bombay, lui veniva da un paese nel nord e lì il palazzo più alto non era più di tre piani.

La nuova gru di Shail non era la meraviglia del mondo, ma nel suo piccolo faceva la sua figura, tutta bianca immacolata, nuova nuova al suo primo cantiere, e poteva tranquillamente allungare il suo braccio telescopico di cinquanta metri ed ancora sollevare dei bei carichi, da così lontano. C’ erano lavori che solo lui poteva fare, e allora lo chiamavano di qui e di là, Darshan gli dava gli incarichi, gli diceva sempre “Non perdere tempo che poi ti devo mandare da un’ altra parte”.

Niente di strano, avrebbe potuto fare un po’ di straordinari, con questa gru. Già, perché anche la sua gru costava un bel po’ di soldi di noleggio, certo non i centocinquanta mila di quell’ altra che era stata la meraviglia del cantiere, ma non pochi di sicuro.

Shail nemmeno lo sapeva come fossero fatti 150,000 dollari tutti insieme, lui stento arrivava a metterne insieme duecento al mese, duecentocinquanta lavorando il venerdì, come oggi.

E poi lui era uno degli anziani, lavorava con le gru da quindici anni, ormai.

Per quello gli avevano data la nuova gru quando era arrivata in cantiere ai primi di Marzo. Perché lui era un gruista esperto, e tutti dicevano che era sveglio, ed infine non erano poi tanti quelli che si raccapezzavano con il computer di bordo e riuscivano a far funzionare quell’ aggeggio.

Già, perché questa non era come le gru piccole che facevano il grosso del lavoro quotidiano in cantiere, quelle gru tutte leve e bottoni , gira di qua e spingi di là a seconda dei segni che fa il caposquadra a terra, quelle gru che le guida anche un bambino, basta solo fare attenzione a non fare manovre troppo brusche e che il carico da sollevare non sia troppo, sennò c’è il rischio di ribaltarsi.

No, questa gru era diversa, perché non ci parlavi direttamente con le leve, tu parlavi col computer e poi il computer parlava con la gru. Se volevi posizionarla in un certo modo con le zampe in fuori ed il braccio alzato, dovevi mettere dentro al computer quello che volevi, finchè sullo schermo non ti compariva un pupazzetto con la gru messa come volevi tu, allora dovevi schiacciare Enter due volte e poi un bottone ed ecco che la gru si muoveva da sola e si portava nella posizione giusta.

Mica tutti erano capaci.

Per quello avevano scelto lui, lo sapeva il suo ingegnere che lui era sveglio, per quello gliela aveva assegnata, c’ erano stati anche dei commenti, ma Shail si era sentito importante, lo aveva anche detto alla moglie a casa quella sera con una telefonata fuori programma, aveva speso un po’, ma in cantiere le novità sono così rare che non aveva potuto resistere.

Tre giorni prima era cominciato il ticchettio.

Non lo si sentiva sempre,  veniva fuori solo quando alzava o abbassava il braccio. Non quando girava, non quando allungava. Ma se alzava o abbassava, tic-tic-tic-tic.

Shail non riusciva a non pensarci. Lo aveva detto all’ ingegnere della manutenzione, Samir, quel giovanotto tutto leccato coi pantaloni bianchi e gli occhiali da sole, chissà dove pensava di stare, questo è un cantiere, non una spiaggia per ricchi. Ma quello neanche ascoltava. “Sì, Shail, vedremo cosa c’è al prossimo turno di manutenzione”. Shail cercava di spiegargli che questo non era di quei rumori che fa la gru quando è un po’ che non ingrassano le guide, questo era un rumore meccanico preciso, pareva venisse da dentro il braccio, occorreva qualcuno capace di smontare, di vedere cosa c’ era dentro, forse era meglio chiamare il costruttore, era ancora in garanzia la sua gru, no?

Giovedì sera glielo aveva ripetuto ancora una volta, a Samir.

“Va bene, va bene, Shail, adesso parcheggiala di fronte all’ officina, domani mattina presentati qui che c’è il turno di manutenzione, ingrassiamo tutto per bene e se il rumore ancora non passa sabato vediamo il da farsi..”

Per questo Shail stava qui, oggi che era un venerdì di luglio, alle tre del pomeriggio, nella cabina della sua gru con 45 gradi fuori. Per via di quel testone.

Perché la mattina lui si era presentato alle sei e mezza, come gli avevano detto, e poco dopo era arrivata la squadra di manutenzione. Beh, squadra per modo di dire. Si era presentato Sati  Singh con un aiutante bengalese, poco più che un ragazzino. Di Samir neppure l’ ombra, figurati se si rovinava il venerdì quello.

Però almeno c’ era Sati .

Non che lo conoscesse tanto bene, ma era indiano come lui. Con Sati  non erano amici, ma si capivano. Era anche lui del nord dell’ India, ma lui era un sikh, quasi tutti quelli che si chiamano Singh sono sikh, ma era un sikh senza turbante e che si taglia i capelli. Aveva circa quarant’ anni Sati , una decina meno di Shail, ed era un tipo tranquillo. Non molto alto di statura, avevi occhi neri mobili e curiosi e dei gran baffi.

Ci si poteva parlare con Sati , e poi anche lui era nato in un posto dove parlano hindi, il che non era cosa da poco, tante volte fra indiani si fa proprio fatica a capirsi con quelli che parlano Mahastri o urdu, a volte si deve persino ricorrere all’ inglese e Shail non ne sapeva molto di inglese.

Anche il ragazzo del Bangla Desh che accompagnava Sati  parlava hindi, per il poco che parlava, era un tipo talmente timido, se ne stava in disparte, aspettava che Sati  lo chiamasse per passargli un nuovo barattolo di grasso, o un rullo, o la chiave inglese per aprire le portelle di lubrificazione della gru.

Avevano lavorato tutta la mattina fino a mezzogiorno passato, Sati  era mancino ed era un po’ curioso vederlo lavorare, impugnando il rullo, cacciandolo dentro il barattolo, passandolo avanti e indietro sulle guide, sempre col braccio sinistro, non che ci sia niente di male, ma certo era strano a vedersi, più strano che vedere qualcuno scrivere con la sinistra..

Avevano ingrassato tutto l’ ingrassabile, una due e tre volte, ogni volta Sati  aveva chiesto a Shail di provare a far muovere il braccio ed avevano sentito che il ticchettio non era scomparso.

“Viene da dentro il braccio, da lì dentro, mi sa che è il perno principale, l’ avevo detto a Samir che si doveva smontare.”

“Ok ok non c’è problema, adesso andiamo al campo, nel pomeriggio torniamo qui e ci diamo un’ altra occhiata, va bene ? ”

Torniamo a far che, non ci capisci niente tu e non ci capisco niente io, pensò Shail, però non lo disse, se tornava nel pomeriggio era qualche ora in più di paga, e glielo avevano pure chiesto, non lo aveva proposto lui. E poi gli stava bene a Samir che non ascoltava mai nessuno, lo aveva detto lui che ci voleva l’ esperto.

Per questo adesso stava qui, alle tre del pomeriggio col vento che sollevava sbuffi di sabbia come una nebbia dorata, la vedeva dalla cabina della gru Shail, mentre Sati  trafficava intorno alla gru ed il ragazzo stava giù a terra con lo sguardo assente.

“C’è un foro di ispezione alla base del braccio, proviamo ad aprire lì” aveva proposto Sati .

E Shail paziente si era seduto ai comandi, aveva acceso il grosso motore ed aveva cominciato a programmare il computer, perché per utilizzare il foro di ispezione occorre che il braccio della gru sia esteso esattamente del 45 % della lunghezza, né di più né di meno in modo che tutte le guide si corrispondano e la finestra sia scoperta e permetta di guardare dentro. Questo lo sanno tutti, le gru telescopiche sono fatte così, e quindi Shail programmò il computer, ci vuole un po’ di tempo, un paio di minuti almeno, con questo sole poi non è nemmeno facile vedere lo schermo, quasi erano meglio le gru di prima con le leve ed i bottoni, a quest’ ora avrei già fatto, pensava. Schiacciò enter, poi di nuovo quando  il computer gli chiese conferma, poi il pulsante rosso e sentì il pistone muoversi, spinto dall’ olio pompato dentro il cilindro ed il braccio muoversi, non lo vedeva direttamente ma lo sentiva, una gru che si muove è come un grosso animale, come un elefante da lavoro, qualcuno ancora li usa in India.

Shail uscì dalla cabina e raggiunse Sati  sulla piattaforma di servizio. Sati  aveva tolto le viti ed aperto la portella.

“Fammi vedere” disse Shail, spostandolo di lato.

C’ era poco da vedere. Un intrico di cavi elettrici e schede. E’ una gru moderna questa.

“Il perno è laggiù” disse Sati .

“Lo vedo” rispose Shail, “ma da qui non ci si arriva, è troppo lontano. E poi rischiamo di fare qualche danno, con tutte queste robe elettroniche”. Ci mancava solo che Samir lo rimproverasse per avere rovinato la gru.

“Non rovino niente, se infilo dentro bene il braccio ci arrivo a quel perno, ormai siamo qui, lasciami provare”.

“Lascia perdere, che ci mettiamo nei guai tutti e due. Richiudi la portella che io rimetto la gru in posizione di riposo”. “Ok, come vuoi”.

Ed ecco Shail di nuovo nella sua cabina, eccolo che riprogramma il suo computer, strizzando gli occhi per vedere lo schermo, la sabbia ci si è pure posata sopra, se anche non avessi lasciato la porta aperta sarebbe stato lo stesso, non la ferma nessuno la sabbia qui quando c’è il vento. Ecco Shail che programma, tutto concentrato e a testa bassa, senza mai voltarsi indietro, altrimenti si sarebbe accorto che Sati  non aveva chiuso la portella e non era sceso dalla piattaforma.

Non è un tipo tanto ostinato, Sati , ma certo non gli è piaciuto il tono con cui Shail gli ha detto di lasciar perdere. Non è nato ieri, Sati , questo è il suo mestiere. Ed è perfettamente in grado di arrivare a quel perno, e senza sporcare col rullo le schede elettroniche. Ammesso poi che un po’ di grasso possa fare del male, questa non si è mai sentita.

Si volta indietro a guardare Shail nella sua cabina, tutto preso dal suo computer, certo che tutte le volte ci mette una vita, sarà complicata la gru o sarà lui che non è tanto sveglio quanto crede.

E poi si rimbocca la manica della tuta blu, Sati , rivoltandola fin dove è possibile, fin quasi sulla spalla, è proprio piccola la portella, che ci voleva a farla un po’ più grande, e perché così lontana poi dal perno. Intinge bene il rullo nel grasso, Draram ed infila il braccio sinistro nell’ apertura, vediamo se ci arrivo a quel maledetto perno, pensa se lo ingrasso e poi la gru si mette in posizione di riposo e mentre si muove il tic tic non si sente, più, vedrai che faccia Shail, lui ed il suo esperto del cazzo.

Ma non ci arriva, e allora ritira il braccio e prova a rimboccare un po’ di più la manica prima di rimettere il braccio dentro, spingendolo più in fondo che può, incastrando la manica nel buco, devo fare in tempo a ritirarlo fuori prima che Shail abbia finito, non vorrai certo rimanere col braccio incastrato dentro, vero?, alzandosi in punta di piedi, che è lì il perno, mancheranno due centimetri, non di più, lo so che ci arrivo.

Non si volta indietro Shail, mettere a riposo la gru è un po’ più facile da programmare che allungare il braccio esattamente del 45%, se solo si vedesse un po’ meglio questo schermo, non guarda indietro mentre preme enter la prima e la seconda volta, e nemmeno quando spinge il pulsante, e lì saprà che ha sbagliato, perché non si deve mai muovere la gru se non si è certi che tutti siano scesi, ma chi ci va a pensare, che Sati  possa essere ancora lì, non è nato ieri e rimettere a posto quattro viti non è un lavoro lungo e soprattutto non è pericoloso. Spinge il bottone Sati ,ed il motore della gru fa rumore, ma sente ugualmente il fluire dell’ olio nel cilindro ed il pistone si sta muovendo, ed aspetta solo di sentire il tic tic quando il braccio si abbasserà.

Ma nessun ticchettio potrà sovrastare l’ urlo di Sati  quando la guida telescopica gli trancerà il braccio all’ altezza dell’ avambraccio, la maledetta manica della tuta si è impigliata davvero. E così l’ urlo di Sati vola, vola sopra il rumore del cilindro e il rumore del motore, vola sopra il cantiere sonnacchioso del venerdì, vola sopra la polvere che forma una cappa dorata, vola più in alto del braccio della gru, vola così in alto e veloce che sembra non volersi fermare prima di trafiggere il cielo lassù, dopo aver trafitto come un ago le orecchie e la testa e le viscere di Shail.

Il quale si volta indietro a guardare, adesso, attraverso il vetro del finestrino, appena in tempo per vedere grosse, gigantesche gocce di sangue denso volare nell’ aria e spiaccicarsi sul vetro con un rumore di pioggia forte, come in India nella stagione dei monsoni, sangue scuro attraverso il quale vede l’ ombra di Sati , un’ ombra monca e sbilenca che passa accanto alla cabina cercando di scendere davanti agli occhi aperti ed ottusi di Shail.

E Shail resterà così, immobile a guardare, col cervello trafitto da quell’ urlo mentre Sati  si calerà giù dalla gru, aiutato dal ragazzo del Bengala, mentre saliranno tutti e due sul pickup dove l’ autista della manutenzione dormicchiava dall’ inizio del pomeriggio, per partire poi tutti e tre, la mano di Sati  serrata sul moncherino, cercando di fermare quella pioggia di sangue.

Shail non vedrà il pickup arrivare davanti all’ ospedale, fermarsi davanti alla porta sbarrata, l’ autista non sa che hanno spostato l’ ingresso delle emergenze dall’ altro lato, scende, va dalle guardie, cerca aiuto. Non vedrà arrivare Darshan, Darshan è il supervisore, chissà chi lo ha avvisato, è arrivato sul posto in tempo per vedere il pickup allontanarsi, uno sguardo di sfuggita alla gru imbrattata basta e avanza, è il pickup che bisogna seguire, veloci.

Fa bene Darshan a seguire il pickup, l’ autista è così imbranato che fosse per lui Sati  morirebbe dissanguato, Darshan vede e capisce, scende dalla sua auto e sale sul pickup, dentro è un macello, riparte e gira fino a portarlo davanti all’ ingresso delle emergenze.

Ed allora vede una scena inverosimile.

Vede Sati  scendere dal pickup ed entrare in ospedale camminando con le sue gambe, dove mai s’è udita una cosa simile, non ha più il braccio ma le gambe sì, e cammina, capito, ma come fa, non dovrebbe essere svenuto? Entra in ospedale, Sati e viene afferrato da un infermiere, Darshan è solo un passo dietro.

Il dottore esce dalla stanza sul retro, vede Sati  senza un braccio, vede Darshan e gli fa:

“Dov’ è il braccio ?”

Darshan lo guarda, non capisce, ma quello adesso urla:

“Dov’è il braccio ? “

Darshan fa di no con la testa.

“Vallo a prendere, subito”, e Darshan crede di non aver capito, non vuole aver capito, fa ancora di no, ma il dottore lo afferra e lo scuote, adesso.

“Portami subito il braccio, vallo a prendere e portamelo, hai capito ? Bisogna metterlo in ghiaccio”

Darshan ha capito.

“Non viene con me l’ infermiere ?” prova a replicare, ma il dottore appena gli risponde “Ma non lo vedi che ha da fare ?” e si è già voltato, Darshan capisce, si guarda intorno, c’è il ragazzo bengalese in un angolo, ma è più morto che vivo, che aiuto può mai dare quello, finisce che sviene prima lui che il ferito.

Darshan torna alla macchina, rientra in cantiere, trova per strada Siva, un aiutante. Siva è vecchio del mestiere, è uno di cui ci si può fidare, Darshan accosta.

“Vieni con me” gli dice, e ripartono.

Shail non si è mosso, è ancora lì con lo sguardo perduto, l’ urlo di Sati  gli sta ancora rimbombando nella testa, perforando l’ intestino, nemmeno si volta quando Darshan gli chiede “Dov’è il braccio ?”.

E nemmeno Darshan aspetta, fa il giro della gru, prova a seguire le tracce di sangue, poi sale su, ma non trova niente, allora torna da Shail e gli urla in faccia, questa volta: “Dov’è il braccio”. “Dentro lì” risponde Shail, con un gesto che indica il braccio della gru,  ancora fermo a mezz’ aria, com’ era nel momento in cui il destino si è compiuto.

Darshan si gira, vede il foro di ispezione senza coperchio, capisce, adesso sa dove cercare. “Allunga il braccio, scopri la portella” urla, e Shail obbedisce, meno male, non ci avrebbe scommesso, Darshan.

Torna in moto la gru, torna a rombare e pulsare, Darshan è sulla piattaforma adesso, là dove stava Sati , e mentre il braccio della gru si muove sente un rumore all’ interno, come di qualcosa che cade, un tonfo, lui lo sa che cos’è ma non ci vuole pensare.

La gru si ferma, il braccio è al 45 % esatto, adesso, la portella è aperta, basta a Darshan un’ occhiata per vedere ciò che si s’ aspettava di vedere, vede il braccio umano sul fondo del braccio meccanico, C’è un’ apertura sul fondo, passa la luce, non una grande apertura ma quel poco che basta ad infilarci un braccio, oppure tirarne fuori uno.

Questo fanno Darshan e Siva, afferrano e tirano, c’è una mano che affiora, stringe qualcosa, è il rullo, ma nessuno ci bada al rullo, lo sfilano dalle dita rattrappite, lo buttano da una parte. Ecco che esce la mano, le dita richiuse, poi il polso, sembra un braccio vivo, ancora attaccato al corpo, fino a  quando dalla gru esce l’ avambraccio, ed allora si vede che non è più braccio d’ uomo, è un pezzo di carne spappolato da un macellaio maldestro, boccone sputato da uno squalo sazio, l’ osso frantumato, i nervi sfilacciati che pendono, biancastri.

Darshan e Siva sentono l’ urto del vomito che sale, ma non è il momento, non è proprio il caso adesso,  distolgono lo sguardo, si scambiano un’ occhiata, ma quello che si deve fare va fatto, perché mai siamo venuti a lavorare stamattina, ed ecco Darshan ripartire per l’ ospedale, con al fianco Siva che porta in mano un braccio umano come se fosse il dono di un alieno.

Un dono vano, si saprà dopo, il braccio è troppo spappolato, il dottore non avrà dubbi, non si può far nulla, non è servito a niente.

“Bad Luck” concluderà il dottore, “Sfortuna”, è un indiano anche lui e gli indiani non si incazzano, non bestemmiano, non fanno storie.

“Bad Luck”, questo è tutto quel che resta da dire.

Amputerà ancora, per ridurre il moncherino, mentre Darshan resta lì seduto su una sedia nella sala d’ attesa, Siva sull’ altra, ma non c’è nulla da aspettare, che fate lì, dirà il dottore, andate via, tornate domani.

Bad luck.

I due tornano al cantiere, ma non c’è nulla da fare, e chi avrebbe voglia di fare, del resto.

Shail è ancora nella cabina della sua gru bianca tutta imbrattata di sangue.

Lo farà scendere la polizia, fra qualche minuto.