VIDEO – Aladino e il genio della lampada

Il mio “Dialogo di Aladino con il Genio della lampada” è anche un video, presentato in anteprima all’ Aftershow di Milano del 14 giugno e adesso disponibile agli Ambassadors di Italia Loves Sicurezza.

Prodotto da Angelo e Gabriele Schiavi, con le voci di Antonio Scollo e Matteo Bianchi, le musiche originali di Pietro Galizzi e la grafica digitale di Cristina Piovan.

Un grazie come sempre a Davide Scotti, Andrea Colombo, Michele Dabergomi e Simona Ruffolo.

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Dialogo di Aladino con il Genio della lampada

Personaggi:

A:     Aladino  un Supervisore HSE

GIl Genio della lampada – un Ambassador

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G:    Ciao, Aladino, è un po’ che non ci si vede. Come va ?

A:    Mah, che vuoi che ti dica…

G:    Non tanto bene, mi sa, eh ?

A:    Lo sai, non è facile, proprio per niente. Quando parlo alla gente di sicurezza, li guardo e sembra quasi che stiano nella sala d’attesa del dentista. C’è chi guarda il soffitto e chi l’ orologio, qualcuno sbuffa. Insomma, mi fanno capire che preferirebbero stare dovunque tranne che lì a sentire me.

G:    Lo credo , che non è una bella sensazione !

A:    Proprio per niente, guarda. Non capiscono che lo faccio per il loro bene, che mi prendo cura di loro, non lo capiscono proprio. Dovrebbero provare almeno un po’ di gratitudine, altro che insofferenza…

G:    Certo, è frustrante. Ma tu che gli dici di preciso ?

A:    Mah, sai, le solite cose, gli ricordo le norme di sicurezza, gli dico che devono indossare il casco, mettere gli occhiali protettivi, che devono mettersi l’ imbraco se lavorano in quota. Tutto quello che si deve fare prima di cominciare un lavoro in campo.

G:    Hai usato tre volte in una sola frase al termine “dovere”. Che sia quello il problema ?

A:    Che vuoi dire ?

G:    Il dovere, appunto. Tu lo sai che cos’è un dovere ?

A:    Beh, è qualcosa che sei obbligato a fare. Sei tenuto. Non è questo ?

G:    Andiamo bene !

A:    Perché ?

G:    Il dovere è quello che i linguisti chiamano “infinito sostantivato”, un verbo che viene usato anche come sostantivo, ma sempre verbo è. Ed il verbo dovere, per l’ appunto, deriva dal verbo latino “debere”.

A:    E allora ?

G:    Sai qual’ è il participio passato di “debere” ?

A:    Suvvia, Genio, è un po’ che ho lasciato le superiori…

G:    Ti aiuto io, è “debitus”, da cui viene la parola ?

A:    Debito ?

G:    Esatto ! I doveri ed i debiti sono parenti stretti, direi addirittura che sono quasi la stessa cosa.

A:    Come sarebbe a dire, la stessa cosa ? I debiti sono debiti, i doveri doveri, lo sanno tutti ! Mi sa che passare tutto il tempo dentro quella lampada ti annebbia le idee…

G:    Eppure, se qualcuno ti fa un piacere, tu per ricambiare gli devi un favore, no ?

A:    Certo.

G:    Ma si può anche dire che resti in debito con lui, non è vero ?

A:    Beh, sì…

G:    E tra pagare un debito e pagare il dovuto non c’è poi tanta differenza, non trovi ?

A:    Effettivamente…

G:    Del resto, tu stesso dicevi prima che ti prendi cura di loro…

A:    E questo che c’ entra ?

G:    C’ entra. I doveri sono debiti contratti verso chi si prende cura di noi, i genitori, la scuola, lo Stato, la società. Persino l’azienda in cui lavori. Non è sempre così ?

A:    Non ci avevo mai pensato, a dire il vero.

G:    E dunque…

A:    Dunque ?

G:    Dunque, quando parli alla gente di doveri, doveri e ancora doveri è come se gli ricordassi i debiti da pagare. Dovete mettere l’elmetto, dovete indossare l’imbraco. Suona un po’ come se gli ricordassi “dovete pagare il bollo, dovete rinnovare l’ assicurazionel. “Lo so, lo so”, cos’altro vuoi che ti rispondano ?

A:    Magari guardando il soffitto.

G:    Esatto.

A:    Per quello non vedono l’ora che sia finita.

G:    Precisamente. E per di più li vuoi anche legare !

A:    Legare ? Non capisco.

G:    Ma loro capiscono eccome ! Obbligare significa letteralmente “legare” a qualcosa. Del resto lo dici tu stesso, che sono “tenuti”. Vorrei vedere te, legato e incatenato a sentire parlare dei debiti !

A:    Ho capito. Ma allora che si fa ?

G:    Direi che potresti invece provare a motivarli.

A:    Motivarli ?

G:    Sì, motivare, cioè dare un motivo. Sai che cos’è un motivo ?

A:    È una ragione.

G:    No. La ragione è razionale, il motivo non sempre lo è. Ma dentro il motivo c’è il moto. È sempre qualcosa che ti fa muovere, che – letteralmente – ti “smuove”.

A:    E cosa cambia ? Sempre il casco devono mettere.

G:    Cambia tutto invece. Così come cambia quando capisci che l’ assicurazione della macchina è meglio se la paghi, perché se ti capita di fare un incidente sei coperto. Paghi lo stesso, ma se sei convinto che sia la cosa giusta da fare ti pesa meno, non trovi ?

A:    Effettivamente… Un po’ funziona.

G:    Certo che funziona. Invece ai tuoi colleghi gli rinfacci solo i debiti.

A:    Hai ragione. Dovrei provare a motivarli, smuoverli, aiutarli a “mettersi in moto”, come dici tu. Ma come si fa ?

G:I    n latino c’era un verbo che significava esattamente “smuovere”. Era il verbo “emovere”.

A:    Emovere ?

G:    Proprio così. Da cui proviene quale parola ?

A:    Emozione ?

G:    Bravo ! Se vuoi smuovere qualcuno, prova ad emozionarlo. È la strada più sicura. Non trovi che i grandi cambiamenti anche tu li hai fatti sotto l’effetto delle emozioni ? Non hai forse smesso di fumare quella volta che il medico, guardando i tuoi esami…

A:    Non farmici pensare. Ho preso uno spavento, quella volta !

G:    E ricordi quando hai messo finalmente la testa a posto ?

A:    Beh, sì, quando mi sono innamorato di Jasmine, che come sai adesso è mia moglie …

G:    Lo vedi che lo sai ? Le emozioni smuovono.

A:    Ma come faccio ad emozionarli sulla sicurezza ?

G:    Hai mai sentito parlare di “ITALIA LOVES SICUREZZA” ?

 

Si salvi chi corre

 

Seguo la Formula 1 praticamente da sempre. Tra i ricordi più antichi che riesco a riportare alla memoria ritrovo me stesso bambino, seduto sul divano di casa di fianco al mio papà, a guardare le corse. In bianco e nero, nemmeno a dirlo. Tra Jim Clark e Jackie Stewart, entrambi scozzesi, il secondo con una curiosa fissazione per la sicurezza. Figurarsi, uno che di mestiere fa il pilota…

Mio papà, se gli chiedevi com’ era la Formula 1, ti rispondeva con un “uhm” a mezza bocca, come volesse dire che si tratta di quisquilie, indegne dell’ attenzione di una persona seria. Però non si perdeva una gara. Understatement da sicilian gentleman, insomma, mio padre l’avrei visto bene in un club di Mayfair.

Ma non divaghiamo, voglio dire che ho visto Gran Premi per svariati decenni, quando la Ferrari vinceva e quando non vinceva, quando le corse erano avvincenti e quando invece no, anche se le due cose, devo ammettere, tendevano spesso a coincidere. Qualcosa insomma ne so.

La F1 è il più avanzato laboratorio di ricerca automobilistica al mondo, e dunque si capisce bene che razza di progressi tecnologici abbia potuto fare in questi decenni.

Le prime vetture, agli inizi degli Anni 50 (io non c’ero, eh !), avevano poderosi motori capaci di erogare “ben” 180 CV, una potenza oggi disponibile su tranquille berline per famiglie. Già agli inizi degli anni 80 divenne necessario cambiare i regolamenti, perché i motori della F1 avevano ormai superato i 1.000 CV. E per quanto si continui ancora a modificare i regolamenti, siamo nuovamente su quel genere di potenza.

È difficile fare confronti a distanza di decenni, è chiaro. Sono diversi i motori, i piloti, i circuiti e le macchine, sono diversi i regolamenti, sempre nel tentativo di fare andare i piloti un po’ più piano, eppure i tempi sul giro vengono continuamente abbassati, anno dopo anno. Non è tanto la velocità massima ad essere cresciuta, già prima che la F1 nascesse, il leggendario Tazio Nuvolari superava i 300 km/h, ciò che è cambiato – e tanto – è l’accelerazione, è la frenata, è la velocità in curva. L’ aerodinamica schiaccia le vetture sulla pista, permettendo aderenze incredibili, le accelerazioni in frenata e laterali si avvicinano a quelle di un aereo da caccia, 4 o 5 G. Roba da restare senza fiato, in senso letterale, è difficile persino respirare, schiacciati da un peso equivalente ad un paio di quintali, figuriamoci poi se in quelle condizioni devi pure tentare di sorpassare.

L’ automobilismo ha fama di essere fra gli sport più pericolosi del mondo. Lo stesso Nuvolari era fatalista, scriveva che “quando si parte per una gara, bisogna mettere in conto il rischio di tornare chiuso in una cassa di legno “. E la F1 ha certamente contribuito alla sinistra fama dell’ automobilismo. Nel corso dei 68 campionati disputati finora, sono morti 44 piloti. Ma questi 44 lutti non sono equamente distribuiti.

Il primo decennio, gli Anni 50, ha visto morire in incidenti 16 piloti, negli Anni 60 gli incidenti mortali sono stati 11, negli anni 70 sono stati 10.

C’è tuttavia in quel decennio un incidente, non mortale, che però colpisce l’immaginazione più di tutti gli altri. È il primo agosto del 1976, si corre il GP di Germania al Nurburgring, un vecchio e lungo circuito in mezzo alla foresta, e Niki Lauda, campione del mondo in carica, è nuovamente al comando della classifica mondiale con la sua Ferrari. Ma non è al comando della gara, per via di uno dei suoi rarissimi errori di valutazione. La pista è bagnata ma non troppo, Lauda è partito con le gomme da pioggia, gli altri con le gomme da asciutto vanno molto più forte e lui capisce che deve fermarsi e cambiarle già al primo giro. Riparte, deve recuperare terreno, ma le gomme sono fredde e la pista ancora umida. La macchina gli sfugge di mano, urta contro una roccia (sì, proprio così, una roccia !), rimbalza indietro in pista, viene centrata dalle vetture che arrivano. Lauda perde il casco, ma quel che è peggio è che la vettura prende fuoco. Passerà un intero minuto dentro il rogo esposto alle fiamme e respirando fumo, prima che riescano a tirarlo fuori, e passeranno quattro lunghi giorni prima che i medici siano sicuri di poterlo salvare. Quanto ai segni delle ustioni, quelli invece non passeranno mai.

Non è l’unico incidente con incendio in quegli anni, ma è quello che rimane nell’ immaginario collettivo, ed è quello che spinge finalmente a fare qualcosa di concreto per la sicurezza dei piloti. Serbatoi della benzina provvisti di impianto a schiuma antincendio, caschi più sicuri, aria medica nel caso di incidente. La pista dove Lauda si è schiantato non verrà più usata per le corse di F1.

Negli Anni 80 gli incidenti fatali sono 4, mentre i regolamenti si aggiornano cercando di contenere l’ impressionante aumento delle potenze.

Gli Anni 90 sembrano filare lisci, fino al Gran Premio di San Marino, circuito di Imola, anno 1994.

Nel corso delle prove, il 30 Aprile, la vettura di un pilota “rookie”, entrato da pochi mesi in F1, perde l’ ala anteriore nel rettilineo tra la curva del Tamburello e la Villeneuve. Privata di colpo del carico aerodinamico di quell’ alettone la vettura non ha più abbastanza aderenza e la curva, semplicemente, non la può fare. Tira dritto, a 300 e più km/h, e si schianta. Il pilota, Roland Ratzenberger, letteralmente si rompe l’ osso del collo.

L’indomani la gara si corre ugualmente, ma sembra stregata fin dalla partenza. Una Benetton non riesce a muoversi al via e viene tamponata violentemente da una Lotus, che non fa in tempo a schivarla. Volano i detriti, fino alla tribuna: otto spettatori feriti, uno in modo grave. In qualche modo la gara prosegue.

Al settimo giro Ayrton Senna, tre volte campione del mondo, è in testa, lo insegue da vicino un giovane astro nascente della F1, Michael Schumacher, sulla Benetton superstite. Curva del Tamburello, ancora quella. Senna arriva a 310 km/hr ed anche lui, semplicemente, non curva, tira dritto, poche centinaia di metri prima del punto dove il giorno prima è morto Ratzenberger.  Frena, Senna, questo sì, frena disperatamente, ma al momento dell’ impatto col muretto, due secondi più tardi, è ancora oltre i 200 km/hr. L’impatto è tremendo, la monoposto distrutta. Una ruota colpisce la testa del pilota, ma non è quello il problema. Un braccetto della sospensione, rotto ed acuminato, si infila con diabolica precisione nel piccolo spazio tra il casco e la visiera, penetrando nel cranio di Senna poco sopra l’ occhio destro.

Si saprà solo dopo, molto dopo, che da tempo Senna si lamentava dello sterzo. Lui amava guidare con un volante piuttosto grande, il suo punto di forza era la precisione, ma il posto di guida della monoposto è piccolissimo, e con quel volante così grande continuava a strisciare le nocche contro l’ abitacolo, ferendosi. Per di più, l’ inclinazione del volante gli impediva di vedere bene gli strumenti. Durante la notte i tecnici cercano di accontentarlo, segano il piantone dello sterzo, inseriscono un tratto di minore diametro, il che gli permette di inclinare ancora un po’ l’asse, saldano e rimontano tutto. Durante la gara la saldatura tiene , ma il piantone no, si spezza poco sotto la saldatura, lasciando Senna con il volante in mano e senza nessuna possibilità di sterzare.

Due incidenti mortali sono il bilancio della Formula 1 negli anni 90, ma tutti e due accadono sullo stesso circuito, nello stesso fine settimana. Il primo coinvolge un misconosciuto pilota esordiente, il secondo è Ayrton Senna, il più grande pilota di tutti i tempi, il più amato, il più rispettato. La commozione è enorme in tutto il mondo, l’eco di questa tragedia supera quella dell’incidente di Lauda, ai suoi funerali parteciperanno cinque milioni di persone. Cinque milioni. L’ emozione è fortissima ed è l’ emozione – noi lo sappiamo bene – che cambia davvero le cose.

In Formula 1 tutti capiscono che serve una nuova rivoluzione, e la rivoluzione avviene.

I circuiti vengono nuovamente modificati: ad Imola le due curve maledette non sono più come prima, in entrambe è stata introdotta una chicane per rallentare le vetture. Il circuito di Imola così com’ era nel 1994, oggi non potrebbe mai ospitare un Gran Premio di Formula 1.

E poi limite di velocità nella corsia dei box, dove Alboreto aveva perso una ruota, sempre in quel maledetto Gran Premio di Imola del 1994, a pochi giri dalla fine, causando il ferimento di quattro meccanici. E ancora modifiche ai caschi, con l’aggiunta di una striscia protettiva sopra la visiera, collare di protezione, cellula di sopravvivenza all’ interno della monoposto.

I piloti dal canto loro decidono di rimettere in piedi il loro sindacato, la GPDA, che non esisteva più da un decennio.

La sicurezza funziona. Sono passati 24 anni da quel tragico weekend, e piacerebbe poter dire che gli incidenti mortali in F1 sono solo un brutto ricordo del passato. Purtroppo non è possibile dirlo perché il 5 ottobre del 2014, nel corso del Gran Premio del Giappone, il giovane pilota Jules Bianchi perde la vita in un incidente che si sarebbe potuto certamente, e persino facilmente, evitare.

Resta però il fatto che molta buona strada è stata fatta, dai sedici incidenti mortali degli anni cinquanta all’ unico degli ultimi 24 anni. Anche alcuni incidenti dall’ apparenza  davvero terrificante (Kubica 2007, Weber 2010) si sono conclusi senza danni gravi al pilota.

E’ davvero importante che il mondo della F1 dimostri di avere definitivamente abbandonato il fatalismo di un tempo e metabolizzato l’ idea che la vita dei piloti può  davvero essere protetta, che le soluzioni si possono trovare e la tecnologia serve anche per questo.

Salvare si può, anche chi corre.

 

Solo tre parole

 

 

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro ed incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”

 I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

David Foster Wallace – Discorso al Kenyon college, Ohio, 21 maggio 2005.

 

Vorrei invitarvi oggi ad un piccolo viaggio all’ interno di tre parole nelle quali, come i pesci di Foster Wallace siamo praticamente immersi, che riteniamo di conoscere talmente bene da non pensarci praticamente più.

Che cosa intendiamo esattamente con HSE ?

Come tutti sanno, HSE è un acronimo dei tre termini inglesi Health, Safety, Environment, vale a dire, nell’ ordine, Salute, Sicurezza ed Ambiente. Ma uno sguardo più ravvicinato a questi termini rivela qualche aspetto sorprendente.

Health, tanto per cominciare, è un termine che deriva da una radice germanica. Come è noto, inglese e tedesco sono lingue affini, e la cosa non sorprende visto che gli anglosassoni vivono in Gran Bretagna ma la Sassonia è tuttora una regione della Germania. Dunque Health, dicevamo, proviene da una radice germanica, e questa radice è: “Hal”. Se questo suono vi fa venire in mente il tristemente famoso “Heil Hitler”, sappiate che non vi sbagliate. Heil è “salute” in tedesco, ed è anche un saluto.

La cosa interessante però è che “Health”, salute, così come l’analogo “heal”, guarire, non sono le uniche parole inglesi che derivano da Hal, ne derivano anche altre. Ad esempio, da Hal deriva la parola “whole”, “intero”, “integro”. All’ origine del linguaggio, insomma, il concetto di salute coincideva con l’ essere integro, intero. In forma, si direbbe oggi, non è vero?

A dire la verità c’è un’ ulteriore parola inglese che deriva dalla stessa radice, che evidentemente aveva una valenza molto positiva, ed è “Holy”, santo, divino. Salute, integrità, santità sono concetti legati da una medesima origine.

Interessante, certo, ma si potrebbe obiettare che noi parliamo una lingua neolatina, e certe risonanze in italiano non ci sono. Non è proprio così. In italiano Health si traduce con Salute, e questo termine deriva dal latino “salus”. Ebbene, anche in latino troviamo una parola affine, che ha la stessa origine di “salus”, e questa parola è “salvus”. Quando usiamo l’espressione “sano e salvo” non stiamo affatto accostando due concetti diversi, stiamo mostrando due aspetti di un medesimo concetto, così come, quando qualcuno ci saluta, cioè ci augura salute, possiamo tranquillamente rispondere “salve”, coniugando salvezza e salute in modo del tutto naturale.

Sano e salvo hanno dunque la stessa origine, dicevamo, e questa origine è una radice indoeuropea che in sanscrito suona “Sarva”. Ecco, voi forse non ci crederete, ma sapete qual è il significato primario di “sarva”? Ebbene sì, significa “integro”. Sano e salvo vuole dire integro anche per noi. Tutto torna.

 Ora, un altro aspetto abbastanza intrigante della faccenda è che il termine latino “salvus” si corruppe nel latino medievale dando origine alla parola “salvitas” che di sicuro avrebbe fatto schifo a Cicerone. Salvitas a sua volta dà origine alla parola francese “sauveté”, che indicava la zona franca di competenza di una chiesa o di un convento, all’ interno della quale un fuggitivo non poteva essere arrestato. La parola “sauveté” attraversa la Manica, sbarca in Inghilterra e finalmente intorno al 1300 diventa, avete già capito, “safety”. Health and Safety, sano e salvo, è la stessa cosa.

Tutelare l’ integrità.

Vi faccio notare, a questo proposito, che la parola erede di salvitas in italiano non è certo “sicurezza”. È “salvezza”. Sicurezza ha tutta un’ altra origine, “sicuro” vuole dire letteralmente “senza cure”, vale a dire senza preoccupazioni, ansie, pensieri. Stai sereno, verrebbe da dire, però forse non porta buono. E “securitas” ha un preciso corrispondente in inglese, che è “security”.

Ma voi sapete bene che il compito dell’ HSE non è quello di rendere le persone spensierate, è quello di salvarle. La traduzione più corretta di Health and Safety dovrebbe essere Salute e Salvezza, più che Salute e Sicurezza. Tenere tutti sani e salvi, questa è la missione. Integri. In forma, possibilmente.

 E questo ci consente di passare al terzo termine della nostra triade.

Ciò che è integro, ciò che ha una forma, ha naturalmente anche un contorno, un confine, una superficie che lo separa da tutto ciò che è fuori di esso, tutto ciò che gli sta attorno.

Ambiente è un participio presente, voce del verbo “ambire”, che significa propriamente girare intorno a qualcosa. Lo stesso identico significato si ritrova in inglese, il termine “environment”, è anch’esso di evidenti origini francesi, vi risuona dentro il verbo “virer”, virare, girare attorno. L’ ambiente è ciò che gira intorno alla forma integra, sana e salva, è l’ àmbito in cui essa opera. Ambizioso era originariamente chi ronzava intorno a qualcuno per ottenere qualcosa. L’ ambizione ha per lo più assunto un significato negativo, una qualità fastidiosa, ma, vedete, il punto vero è per che cosa si ronza attorno a qualcuno, se per spillare favori o magari per salvarlo. Ricorderete che Socrate si autodefiniva un tafano che ronzava intorno agli ateniesi quasi per una missione divina: “Così appunto mi pare che il dio abbia posto me ai fianchi della città; né mai io cesso di stimolarvi, di persuadervi, di rampognarvi, uno per uno, standovi addosso tutto il giorno, dovunque.” Sarebbe stato un ottimo ed ambizioso HSE manager.

 Non è forse questo che deve animarci, questa ambizione buona, l’ ambizione di tutelare l’ integrità, di proteggere la forma, in una sola parola, di salvare ?

 Questa è la nostra acqua.

 

Tre parole

Capita a tutti

Nota

Questa storia, benché liberamente ispirata dalla vicenda di DJ Fabo, è opera di fantasia, ed i fatti qui descritti sono prodotti della mia immaginazione.

Francesco La Rosa

Proprio così, capita a tutti, e non provate a negare.

Chi di voi è senza peccato ?

Le cose stanno così. Immaginatevi di essere in macchina, di notte, molto tardi. Molto.

Diciamo che state rientrando da una discoteca, va bene ? E non siete nemmeno andati lì per ballare, no, è che voi lì – ogni tanto – ci lavorate. Non è un lavoro fisso ma se la vostra passione è la musica, una serata alla consolle ogni tanto è un’ occasione da non perdere, e voi appunto non l’ avete persa. Non sono sicuro che mi capite. Gente che balla se ne vede tanta, è vero, ma la differenza è che in questo caso – questa sera – la gente l’ avete fatta ballare voi. Siete stati i registi, gli autori del dj set, ed i dj non sono tutti uguali, lo sapete?  Insomma, era  un set dannatamente buono, ecco cosa voglio dire.

Riuscite ad immaginare come ci si sente ? Se avete la musica nel sangue, sono sicuro di sì. Sembra di volare. Ci siete voi, lassù in alto, con la cuffia, il mixer, i dischi, e ci sono ragazzi, giù, che ballano come matti.

Così deve sentirsi uno sciamano.

Ma sto divagando.

Il dj in discoteca non si ubriaca, o almeno io non lo faccio mai. Non se lo può permettere, ci vogliono riflessi buoni, se si va fuori sincrono quelli sotto se ne accorgono, basta un attimo per perdere l’ incantesimo sciamanico, appunto, che dopo hai voglia a ricrearlo.

Questo per dire che non dovete credere alle spiegazioni facili.

Stanco magari sì, ci mancherebbe, ma nient’altro, chiaro ?

Beh, a farla breve, la gente era rimasta contenta proprio, i miei amici mi avevano fatto i complimenti, c’ era rimasta una bella energia nell’ aria, per quello continuano ad arrivare messaggi, ancora adesso che sono in strada da un pezzo e fra un po’ arrivo a casa.

Sì, lo so cosa state pensando, che se guido non dovrei leggere i messaggi sul cellulare. Ma allora siamo daccapo, lo so io e lo sapete voi, che non si deve, e forse che voialtri non lo fate mai ? Suvvia, dai, siamo sinceri. Capita a tutti.

Il problema semmai è che a forza di scorrere messaggi il telefono mi è sfuggito di mano ed è qui sotto da qualche parte, adesso, tra i piedi, col rischio magari di incastrarsi sotto il pedale del freno se rallento. Tocca recuperarlo, ed anche alla svelta. Che fareste voi ?

Chinarsi e cercarlo con le mani è un attimo, è istintivo, lo sento con la punta delle dita, magari sgancio un attimo la cintura, l’ho già afferrato, visto ?

È che a chinarsi – uno non si rende conto – senza volerlo si sterza anche un po’, appena appena, non è una sbandata ma quel tanto che basta a far cambiare traiettoria alla macchina, ma è una cosa appena percettibile, non è che te ne accorgi subito.

Il tempo di tirarti su, e allora sì che ti accorgi. La macchina ha deviato, sta puntando dritto su quell’ altra, che si muove lenta, sulla corsia d’emergenza, e non mi vede, ed è ormai così vicina che ho solo il tempo di pensare “cazzo, sbatto”. E sbatto.

Questo non capita a tutti.

Immaginatevi adesso di svegliarvi e sentire che siete sepolti vivi, anzi proprio imbalsamati vivi. Immaginatevelo se ci riuscite. È buio, completamente buio. Non vedete nulla, e non riuscite nemmeno a toccare nulla, nemmeno le pareti della bara, sarcofago o quello che è, perché il corpo semplicemente non vi dà più retta, non comunica e non risponde ai comandi, è ancora lì ma al tempo stesso se ne è andato e non tornerà. Da questo sepolcro non uscirete mai più. Riuscite ad immaginarvelo ? Sì ?

No, che non ci riuscite, garantito. È  peggio, molto peggio. Credetemi.

Il resto non mi riguarda, fatevi un’ opinione, che non voglio sapere, giudicatemi oppure no.  È facile sentenziare, dovreste essere al mio posto. Non importa, è acqua passata, io la mia scelta l’ ho fatta e non è per quello che vi ho raccontato questa storia.

Volevo dirvi invece un’ altra cosa, ed è questa.

Se potessi tornare indietro, a costo di farmi prendere in giro, la cintura la terrei sempre bene allacciata. Ossessivamente. Ed il telefono in tasca, almeno quando guido.

Fatelo voi per me.

L’ HSE del Re Sole 

 

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La Reggia di Versailles fu fortemente voluta, come tutti sanno, dal Re Sole Luigi XIV.

In un’ epoca in cui si affermavano le grandi monarchie nazionali, il re voleva da un lato ostentare al mondo intero la magnificenza di quella francese, dall’ altro – probabilmente – perseguiva un fine interno più pratico. La nobiltà, riluttante a sottomettersi all’ autorità del sovrano aveva infatti tormentato l’ esistenza del padre, Luigi XIII con uno stillicidio di complotti. Si tratta della famosa “Fronda” che chiunque abbia letto i Tre Moschettieri certamente ricorda.

Il giovane Luigi XIV pensò, non a torto, che trasferendo la corte e tutti i nobili fuori da Parigi, e soprattutto precettandoli in una routine praticamente quotidiana di ricevimenti, spettacoli e feste avrebbe avuto modo di tenerli d’occhio.

Lontano ma non troppo dal Palazzo del Louvre, la scelta cadde su Versailles, 20 km da Parigi, dove il padre Luigi XIII aveva fatto erigere un piccolo castello da caccia, sì, insomma, una garçonniere a voler chiamare le cose col loro nome.

La realizzazione della Reggia di Versailles rappresenta uno dei più grandi lavori pubblici di tutti i tempi. Difficile stimare il costo effettivo, uno studio del 2001  parla di 2.000 miliardi di dollari, aggiungendo che si tratta probabilmente di una sottostima.

I lavori iniziarono nel 1664, e proseguirono per più di cinquanta anni, ben dopo che il re vi si trasferì stabilmente con tutta la corte, nel 1682.

Il palazzo finito ha una facciata di circa 700 metri, una superficie di 67.000 m2 e più di 700 stanze. I giardini si estendono su 800 ettari, ma il parco originale era 10 volte più vasto. Per realizzare un simile progetto,  il cantiere impiegava circa 36.000 persone, in parte militari, e 6.000 cavalli, e la cosa certamente non sorprende se pensiamo che persino gli imponenti movimenti di terra, milioni di metri cubi, furono realizzati con i badili e le ceste.

Quante vittime fece questo cantiere ?

È una domanda a cui non sappiamo rispondere.

Abbiamo alcuni rapporti dettagliati sull’ avanzamento dei lavori, di cui il Re voleva essere informato tutti i giorni, e sui certi costi, di cui il Re voleva sapere assai meno, ma non su quelle che noi oggi chiamiamo  statistiche HSE, di cui il Re (e non solo lui) non voleva sapere proprio nulla.

Sappiamo che il  cantiere funzionava dall’ alba al tramonto e spesso anche di notte, e che le condizioni non soltanto di lavoro ma anche di vita erano spaventose. La zona era malsana, il prosciugamento delle paludi fece parte del progetto, e la sicurezza e la salute dei lavoratori non era certo una priorità. Di  sicuro ci furono molti incidenti, e sappiamo che i cadaveri venivano portati via dal cantiere di notte per non dare nell’occhio e soprattutto non deprimere  troppo lo spirito degli operai.

Rimane agli atti però, in quanto elemento di contabilità, il tariffario per gli infortuni.

In un’ epoca in cui la manodopera era pagata da 1 a 2 lire al giorno (dai 15 ai 30 euro, dice chi ha cercato di stabilire un qualche corrispettivo moderno), per un braccio o una gamba rotti spettava un indennizzo tra 30 e 60 lire, per un occhio perduto 60 lire, per una testa rotta da 20 a 60 lire ed anche per il decesso la vedova prendeva da 20 a 60 lire a seconda della mansioni della persona.

Per chi si ammalava, ovviamente, nulla.

È necessario ricordare, naturalmente, che stiamo parlando di un’ epoca che attribuiva alla vita umana, soprattutto se non nobile, un valore assai modesto. Le guerre erano un fatto scontato, nel corso della sua vita Luigi XIV ne intraprese almeno quattro importanti, le pestilenze erano ancora piuttosto frequenti, ma non solo.

Secondo le statistiche di  Ourworldindata.org tre o quattro secoli fa la probabilità di morire in guerra era cento volte superiore, in media mondiale, rispetto ad oggi, ma anche la possibilità di rimanere vittima di un omicidio in una delle principali nazioni europee era tra 10 e 20 volte quella attuale.

Pur  tenendo debito conto di tutto questo, non si può non pensare che, da quando l’ HSE ha cominciato a svilupparsi come disciplina, diciamo negli ultimi due decenni,  il tasso di infortuni sul lavoro è già diminuito di molte volte.

Zero è l’ unico numero che ci piace, d’ accordo.

Ma è bello pensare che abbiamo intrapreso una buona strada, per una volta.

L’ angolo cieco

 

Non esistono incidenti intelligenti, tutti gli incidenti sono stupidi, ciascuno a modo suo, certo, altrimenti sarebbe troppo facile prevederli, e qualcuno stupido in modo scoraggiante.

Un grande cantiere è come un piccolo paese, 1.000 o anche 2.000 persone ci vivono per un paio d’ anni, facendo per lo più lavori pericolosi, ed è certo una bella sfida fare in modo che nessuno si f fare male. I grandi cantieri poi sono spesso assai estesi, e proprio così era il cantiere in cui si trovava a lavorare Raffaele, quasi sei chilometri da un estremo all’ altro, e circa tre dal cavalcavia, dove appunto Raffaele lavorava, fino all’ area stoccaggi materiali dove era stato appena destinato dal suo supervisore.

“Qui hai finito, vai subito di là che hanno bisogno di una mano. Muoviti”.

Muoviti.

Certo, fa presto lui a parlare.

I supervisori dispongono di auto di servizio e possono svolazzare di qui e di là come gli pare, ma Raffaele, come tutti i suoi compagni, era stato accompagnato lì col pulmino al mattino presto, e con lo stesso pulmino sarebbe dovuto tornare al campo alla fine del turno, e non aveva certo voglia adesso di farsi tre chilometri a piedi per trasferirsi nella nuova area. E di farli per di più col riverbero del sole negli occhi e sotto quel vento incessante che sollevava la terra del cantiere e te la soffiava negli occhi e nel naso.

E poi, cosa ci voleva, invece di dire “vai”, dire “ti accompagno” ?

Aveva forse paura che la presenza di Raffaele a bordo avrebbe contaminato la purezza della sua Panda 4×4 ? O davvero aveva così tanto da fare da non poter perdere cinque minuti cinque ?

Raffaele aveva tentato di obiettare, aveva anche un po’ bluffato borbottando “Va bene, va bene, al prossimo turno prendo il pulmino che va di là”, ma il supervisore non aveva abboccato.

“Vai subito, ho detto. Adesso. Ti stanno aspettando”.

“E come ci vado ?”

“Arrangiati”.

Fine della comunicazione.

Raffaele era un semplice aiutante.

Quando i grossi camion carichi di terra o di ghiaia arrivavano e dovevano essere caricati o scaricati, Raffaele era quello che dal terreno osservava e faceva i segnali all’ autista, un po’ più indietro, a destra, fermo così. Tutto qui. Non esattamente un lavoro d’ alto profilo, va bene, ma questo era riuscito a trovare, e certo di quei pochi soldi aveva un gran bisogno, eccome.

E poi, in fondo, il suo non era un lavoro dei più faticosi, e c’ era pure il vantaggio di conoscere gran parte dei camionisti del cantiere.

Ecco perché Raffaele non fece gran fatica ad arrangiarsi.

Vide arrivare Santo, alla guida del suo camion ribaltabile, uno di quelli grandi usati per movimentare la terra. Gli fece un cenno col braccio, e quello accostò, il motore acceso, la grande ruota anteriore arrivava quasi al petto di Raffaele, che per la verità non era esattamente un colosso. Però era agile, senza fatica si arrampicò per i tre gradini, aprì la portiera e domandò, aiutandosi coi gesti per coprire il frastuono del motore:

“Vai a caricare ?”

“Sì”

“Mi dai un passaggio fino alla zona stoccaggi materiali ? Gli stoccaggi, hai capito ? Tanto da quelle parti devi andare …”.

“Ok”.

Raffaele si accomodò.

Ovvio, il supervisore lo sapeva che si sarebbe arrangiato così, ma di certo non poteva dirglielo, i camion da lavoro non sono taxi, ma tante volte in un cantiere le cose si fanno e non si dicono, tutti lo sanno, e così va la vita, e non solo nei cantieri.

Raffaele e Santo non si parlarono molto lungo il tragitto, il rumore del motore era forte nella cabina mentre il camion arrancava e sobbalzava per le strade sterrate. Arrivati all’ altezza dell’ area stoccaggi materiali, però, Santo non si limitò ad accostare per far scendere Raffaele, entrò addirittura, per risparmiargli ancora un po’ di strada. Raffaele non se l’ aspettava proprio, e ringraziò calorosamente.

Certo, così aveva fatto davvero in fretta.

Forse perfino troppo.

In fondo in fondo, se fosse venuto a piedi ci avrebbe messo quasi mezz’ ora, non è vero ?

E poi, diciamolo, era lui che aveva preso l’ iniziativa di chiedere un passaggio, non era certo obbligato, e dunque il tempo recuperato era legittimamente suo, certo non del supervisore che non si era degnato di accompagnarlo.

Questo pensava Raffaele scendendo dal camion, e all’ improvviso scorse dei colleghi fermi al posto per fumatori dal lato opposto dell’ area.

Almeno una sigaretta in compagnia prima di rimettersi al lavoro, se l’ era proprio meritata, su questo non c’ erano dubbi. Quasi quasi… Ci pensò un po’ su, poi si decise.

Santo invece ripartì subito, doveva fare un’ inversione per poi riportare il camion sulla strada, certo aveva perso un po’ di tempo, ma sapeva che la gentilezza in cantiere non è mai sprecata, oggi a te domani a me, è così che funziona.

Il terreno di un’ area di lavoro non è liscio come un’ autostrada, l’ abbiamo già detto, è terra battuta piena di buche e dossi. Se la ruota anteriore del camion fosse salita su un sasso, Santo si sarebbe certamente accorto, ma un corpo umano è molle, ed il grosso camion non sobbalzò neppure.

Santo vide, più che sentire, la gente che correva verso di lui sbracciandosi ed urlando, e benché le urla non le sentisse da dentro la cabina, subito capì che doveva essere successa una cosa brutta. Bloccò i freni.

Raffaele era disteso bocconi, la faccia sporca di terra rossa, la grande ruota anteriore ferma esattamente sul bacino, dopo essere passata sulla gamba sinistra;  Santo però ancora non lo sapeva.

Gli fecero gran gesti di tirare indietro il camion.

Raffaele respirava, era persino cosciente, ma non aveva la forza di parlare. Gli tolsero la terra dal viso con lo straccio più pulito che trovarono. Lui fece segno di metterlo a sedere, e qualcuno persino lo accontentò, forse per ignoranza forse per compassione, certamente senza pensare che era l’ ultima cosa da fare. Sentiva dolore, certo, ma anche una sorta di strano calore diffuso, e gli pareva di sentire un rombo, come quel fruscio particolare che faceva il vento tra i cespugli in riva al mare, al suo paese, quando finiva l’ estate, un rumore che lo faceva sentire a casa. Per un attimo gli parve di rivederlo, quel posto in riva al mare dove aveva giocato da bambino, e dove a sua volta aveva portato uno dopo l’ altro tutti i suoi figli, quasi fosse un’ iniziazione, tutti tranne l’ ultimo che era ancora troppo piccolo. Avrebbe voluto portare anche lui.

La gente intorno si agitava, ma Raffaele non la sentiva, era come vedere un film muto, lui sentiva solo quel fruscio che piano piano si fece più leggero, poi sfociò in una gran quiete e calore dentro, e Raffaele non sentì più nulla, tutto diventò molto bianco all’ improvviso, e lui svenne poco prima che arrivasse l’ ambulanza. Morì di emorragia interna due ore più tardi.

Non esistono incidenti intelligenti, ma alcuni sono disperatamente stupidi.

L’ indagine si chiuse rapidamente, dopo avere accertato quello che era già fin troppo chiaro.

Raffaele non si era allontanato subito dal camion dopo essere sceso, era rimasto un momento di troppo a pensare se dirigersi verso l’ area di lavoro o andare prima al posto per fumatori, ed infine aveva deciso di andarci, passando proprio davanti al camion.

Fu fatta una simulazione, non era neppure necessaria.

Si appurò che se una persona si trova davanti al camion, ma molto vicino, l’ autista scorge a stento la parte superiore del capo.

Ma se quella persona si trova davanti alla ruota anteriore, l’ autista non vede proprio nulla. E’ il famoso “angolo cieco”, quello che nessuno è mai riuscito davvero ad eliminare, nonostante la proliferazione di specchi e specchietti.

Se poi la ruota è sterzata verso l’ esterno, allora non c’è neppure il paraurti ad interporsi, a spingere via il corpo, magari fargli male ma allontanarlo. C’ è invece subito contatto, pneumatico contro uomo, pneumatico alto quasi quanto l’ uomo, pneumatico che avvolge, fa presa, che tira verso il basso e verso di se, come una macina, come un gorgo, come una piovra maligna.

Raffaele non aveva nessuna possibilità di sfuggire, aveva estratto il biglietto perdente di una assai improbabile lotteria. Bad luck.

Altrettanto rapidamente si decisero le azioni correttive, sessioni speciali per tutti gli autisti, l’ importanza di mantenere un contatto visivo con le persone a terra, indicazioni sugli angoli ciechi applicate a tutti i mezzi del cantiere, tutte le ragionevoli e ragionate misure che si riuscì ad escogitare.

La frustrazione invece no, quella durò a lungo.

Come si fa a prevenire un incidente così ?

Dovremmo emettere procedure di sicurezza per dire alla gente di fare attenzione, quando attraversa la strada ? Dovremmo insegnargli che non si passa davanti ad un grosso camion sapendo che sta per ripartire ?

Dio mio, queste cose uno le impara a cinque anni, non a quaranta.

A che età invece le dimentica ?

A che età uno diventa così adulto, così invulnerabile o noncurante da giocarsi la vita ogni giorno senza nemmeno rendersene conto ? Quanti episodi come questo avvengono ogni giorno in un cantiere così grande ?

Queste cose continuavo a pensare, incessantemente, nei giorni e nei mesi che seguirono, fra inchieste in buona fede ed attacchi insensati, tutte le volte che mi toccava raccontare ancora e sempre la stessa incredibile storia, tutte le volte, soprattutto, che mi toccava raccontarla di nuovo a me stesso, sforzandomi per l’ ennesima volta inutilmente di trovarci un senso ed una direzione qualsiasi, un indizio, uno stimolo, qualsiasi cosa insomma che compisse il miracolo e facesse sì che la vita di Raffaele non mi sembrasse, semplicemente, buttata via.

Era come se l’ assurdità stessa di ciò che era avvenuto ne costituisse al tempo stesso la corazza, lo mettesse al riparo da ogni tentativo di aggredirlo razionalmente, da qualunque piano di prevenzione vera.

È come se si dovesse ricominciare dall’ inizio, finivo sempre col pensare, è come se si dovesse azzerare tutto, disimparare nozioni e comportamenti, per poterli poi imparare daccapo.

È come se si dovesse ricostruire una cultura tutta intera, sin dalle fondamenta.

Un compito immane, un compito da visionari.

In fondo, proprio questo cerchiamo di fare.

The devil, probably

 

You still don’t understand what you’re dealing with, do you? The perfect organism. Its structural perfection is matched only by its hostility… A survivor… unclouded by conscience, remorse, or delusions of morality”,

from the film “Alien”

I have always been terrified of hospitals. I know, I know, it’s not like anybody positively loves the places. But we’re a funny lot, humans. There are plenty of folk who profess to love cemeteries, for example, or who get a kick out of visiting old ruins or desolate, remote locations. But I have yet to meet a genuine fan of hospitals.

In my specific case, hospitals almost cause an actual physical repulsion. It’s as if there was a voice inside was telling me to run away, and I have to force myself to cross the threshold. It’s the same thing when I have to go to any kind of public office, so I suspect that behind this sense of repulsion is a perception that certain places inspire of dispossessing you of yourself somehow, of subjecting you to an external power that is at best indifferent towards you, if not potentially hostile. But I digress.

Despite my visceral dislike of them, I have visited hospitals fairly regularly in recent years for the medical check-ups required by the Saipem protocols, which I diligently attend as often as I am required in order to keep up my Medical Fitness Certificate. Like many of my colleagues, I travel a lot, often to some quite “challenging” places, so it’s best to make sure you are fit and healthy before you go.

Although they require you to visit a hospital, a check-up is a different kind of experience altogether. It’s confirmation that you’re okay, that you’re in good health, that you don’t need the hospital. And it’s the hospital that is telling you this, as if denying itself in some way. The human mind is complicated, I know, but a check-up feels somehow like a challenge, and it’s one I usually come out of thinking “up yours!”

Deep down of course, I know that it is a challenge I can’t go on winning forever. Like the knight in Roberto Vecchioni’s song Samarcanda, you can try to escape (“corri cavallo, corri ti prego“), but not always and not forever. Especially when they start shuffling the check-up pack now and again, adding tests you’ve never done before…

“Further exams required”, the report comes back, in black and white. And, just in case there was any doubt, additional clarification is provided: “Biopsy recommended”.

There must be some mistake, of course. I feel absolutely fine. And anyway, some doctors are far too keen to prescribe extra exams – just the tiniest shadow of a doubt is enough for them. After all it’s me that has to go and do the biopsy, not them. Anyway, absolutely no need to panic.

My doctor is a woman – middle-aged, very direct and very practical. The sort that calls a spade a spade. She also loves the mountains and this, in my personal value system, is a positive thing in itself. I give her the dossier with my results and ask for her opinion. Well, to start with, we’ll redo the exams, she says, and we’ll throw in something non-invasive too, like an ultrasound, before rushing to do a biopsy. I knew it, I think – smart one, this doctor.

So it was back to the hospital for the return leg. Focused on the game ahead, confident of making a comeback, of getting a good result. But the outcome is confirmed – same as before. Something is amiss, biopsy recommended. Two-nil. I go back to my doctor. So? Well, we have a little problem. In what sense? I’m afraid you’ve been dealt a bit of a rough hand. There’s no need to say any more and in fact, she doesn’t.

Invasive tests are scary, there’s no denying it, but at this point, the Alien is a whole lot scarier.

I don’t know if its creators did it deliberately, although personally I tend to think so, but the birth of the monster in Ridley Scott’s film – or more precisely the Xenomorph (Linguafoeda acheronsis according to Wikipedia) – is the perfect metaphor for the spread of a tumescent growth, for the “disease of the century” – for precisely this thing I’ve got growing inside of me.

In the celluloid version, a living creature, the Alien, grows inside a human body, drawing sustenance from it. Unsuspected and silent at first, it waits patiently until it is big enough to tear its host in two. A parasite, but one large enough to be seen and touched.

In my particular case, the annoying detail is – as now seems very likely to be the case – that the ‘host’ of the alien is me, and the body the newly born monster is feeding on to become big and strong is my own. ‘Facts are harder than stones’, as my old professor of physics at university used to say.

Shortly after, I find out that, in reality, a biopsy is no worse than an appointment at the dentist. After that comes the wait for the final sentence, the judgement of the court of third instance, the medical Supreme Court. But when the final, unappealable verdict arrives, it is still in favour of the wretched Alien. No further recourse is available, and hesitation is definitely not going to make things any easier for me, although it would certainly facilitate matters for my guest. Any remaining doubt has now been removed and I need to take action because time is firmly on its side.  All I can say is that I was lucky it was detected – although to be honest I had always thought of “luck” as something rather different. First, anyway, I face a further series of preparatory exams. I’m becoming a bit of a regular at the hospital, and my fervid imagination or paranoia now has me sensing the gloomy building muttering an “up yours!” behind my back as I pass through its corridors. What is certain is that now I enter and leave the building with my tail between my legs.

The exams all have menacing, ominous names. I am scanned, x-rayed, ‘tomographed’ and ‘scintigraphed’. Radioactive isotopes (“stay away from children and pregnant women for twenty-four hours”) are injected into my veins and I swallow down contrast agents that leave an awful taste in the mouth (“make sure you drink plenty of water”). All stuff that – given my health-conscious nature – I would normally have avoided like the plague. But it’s clear now that I’m in no position to be dictating terms. The results seem encouraging, however: the monster does not seem to have produced any offspring and we can proceed with the exorcism –the termination of the diabolic gestation taking place in my body without my consent.

Le diable, probablement, because the question you can’t help asking yourself in these situations is always the same – why me? And there is never an answer, because if there was, it would mean the world was rational and fair and everything would be much simpler.

Admission to hospital is a form of surrender.  Sportingly, I give in, recognising that it’s time to put aside my pride and place my body in the hands of others. Do what you will, I say, whatever it takes, but deliver please me from this unbidden guest of mine. This time, the hospital appears to greet me with a kind of noble condescension. Parcere victis, debellare superbos, spare the conquered and beat down the proud, would seem now to be its motto.

But I digress.

After a new round of tests, to which I no longer put up any resistance, the big day arrives. During the course of a battle that begins at dawn and lasts for four hours, my xenomorph is cut up into small slices and removed by a kind of transformer called Da Vinci – as if it were a ninja turtle, to keep our references cinematic. It’s almost a pity to have slept soundly through the whole thing. I mean, robotic surgery – if that isn’t science fiction, I don’t know what is.

The calm that follows – a month of house arrest at the orders of the medical authorities – serves to heal my wounds – the relatively small ones on my body and the deeper ones to my pride – and to recharge my batteries. The Alien was a nasty brute which could have done for me, its unwitting host, that much is clear. But the subsequent examinations all come back negative, no further traces of the monstrous creature, no unwanted legacies are found, and no additional treatment is required. And barely two months later, I am given the green light to go back to the gym, providing me with a not inconsiderable boost to my self-esteem.

Xenomorphs are treacherous beasts, as the crew of the spaceship Nostromo learned to its cost, and so I need to go back for regular tests for quite some time. But right now I can afford to be a little optimistic and suggest that ‘The End’ of our little adventure film has arrived and that we won’t have to sit through any “sequels” which, as film buffs know, rarely live up to the original.

So as the credits roll, let’s by all means have a round of applause for fate, if that’s what you want to call it, and let’s also give hospitals (which are not so bad once you get to know them) their fair dues. But I simply cannot let the curtain fall without giving the good old medical check-up the recognition its life-saving services deserve.

 

(Traduzione di Daniel Newton)

Il diavolo, probabilmente

 

« Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un perfetto organismo, la sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità… un superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità »

dal film “Alien”

 

Ho sempre avuto in orrore gli ospedali. Bella scoperta, lo so, come se qualcuno invece li amasse. Non saprei dire, c’è gente che adora i cimiteri, che sente il fascino delle rovine o dei luoghi desolati, per cui mi aspetto un po’ di tutto dai miei simili, ma ad onore del vero, un autentico patito di ospedali non l’ ho mai conosciuto.

In me tuttavia l’ ospedale provoca quasi  una vera repulsione, mi pare addirittura di sentire una voce dentro che mi dice di scappare, un po’ devo farmi forza per varcare la soglia, ecco. Del resto, è  così anche quando mi tocca andare al catasto o in un qualsiasi ufficio pubblico, per cui al fondo di questa repulsione sospetto che ci sia la percezione che in certi luoghi ci si trova per così dire spossessati di se stessi ed assoggettati ad un potere esterno, per di più indifferente se non potenzialmente ostile. Ma non divaghiamo.

Pur nutrendo questa viscerale antipatia, negli ospedali sono entrato ripetutamente in questi anni, per via dei controlli medici previsti dai protocolli Saipem. Sono diligente, mi sottopongo regolarmente ai famosi check-up, insomma, ogni volta sia necessario al mantenimento del Medical Fitness Certificate. Viaggio tanto, come del resto molti colleghi, e spesso in luoghi poco raccomandabili, ed è meglio accertarsi prima della propria salute e forma fisica.

Il check-up, pur richiedendo di frequentare l’ ospedale,  è tuttavia un’ esperienza di natura del tutto a se stante.  È una conferma che stai bene, che sei in buona salute, che dell’ ospedale non hai affatto bisogno, tu. Ed è proprio lui, l’ ospedale, a dirtelo, negando in qualche modo se stesso. L’ animo umano è complicato, lo so, ma il check up ha un po’ il sapore della sfida, e di solito ne esci pensando “tiè”.

Una specie di rito scaramantico, insomma, anche se in fondo sai bene che una sfida non si può vincere in eterno, puoi fuggire come il cavaliere a Samarcanda, ma non sempre e non per sempre. Specie poi se il menu del check-up varia e di tanto in tanto si aggiungono esami mai fatti prima.

Necessita approfondimento, dice il referto, nero su bianco. E per non correre il rischio di essere frainteso, chiarisce anche il concetto. Si consiglia biopsia.

Ci deve essere un errore, è chiaro. Io sto benissimo. E poi, a volte i medici sono fin troppo precipitosi, con gli esami, gli basta l’ ombra del sospetto del dubbio. Tanto poi a fare la biopsia devo andarci io, mica loro. Niente panico.

Il mio medico curante è una dottoressa di mezza età, molto pratica e diretta. Pane al pane. E poi è una che ama la montagna, e questo nel mio personalissimo sistema di valori è già di per se un titolo di merito. Gli affido il plico. Che ne pensa ? Beh, rifacciamo gli esami, tanto per cominciare, ed aggiungiamone qualcuno non invasivo, ad esempio un’ ecografia, prima di precipitarci a fare la biopsia. Lo dicevo io, che è in gamba.

E dunque, ancora ospedale, come se fosse il match di ritorno. Concentrati sulla partita, che gliela facciamo vedere, sicuro che ribaltiamo il risultato. Risultato invece confermato, è tutto uguale a prima, cioè c’ è qualcosa di anomalo. Si consiglia biopsia. Due a zero. Torno dalla dottoressa. E allora ? Allora abbiamo un problemino. Cioè ? Cioè le è toccata. Non serve dire cosa, e difatti lei non lo dice.

Gli esami invasivi fanno paura, inutile negarlo, ma a questo punto Alien ne fa di più.

Sì, proprio Alien.

Io non so se gli sceneggiatori del film ne fossero consapevoli, personalmente tenderei a pensare di sì, ma la nascita del mostriciattolo, o più precisamente dello xenomorfo (Linguafoeda acheronsis secondo Wikipedia), è la metafora perfetta del granchio tumescente, del tumore canceroso, insomma, del male del secolo. Proprio lui, quella cosa lì che mi è toccata.

Una creatura vivente, eppure aliena, che cresce dentro un corpo umano nutrendosene. Insospettabile e silente all’ inizio, attende pazientemente di essere grande abbastanza da dilaniare il suo ospite. Un parassita, ma un parassita grande abbastanza da essere visto e toccato con mano.

La cosa piuttosto seccante in questo caso è che l’ ospite dell’ alieno sono io, ed il corpo di cui il piccolo mostriciattolo si sta nutrendo per diventare grande e forte è il mio, ormai è piuttosto probabile che le cose stiano davvero così. Un fatto è più duro di una pietra, diceva il mio professore di fisica all’ università.

Poco dopo scopro che la biopsia in fondo non fa più male di una seduta dal dentista, dopo di che segue l’ attesa del verdetto finale, la sentenza del terzo grado di giudizio, la Cassazione medica. Ed il verdetto è ancora a favore di Alien, per la terza volta, maledetto lui, con sentenza definitiva, inappellabile e passata in giudicato. Non c’è corte ulteriore, tergiversare non renderebbe certo le cose più facili a me, ma le renderebbe assai più facili a lui, il tempo è dalla sua parte, e dunque occorre intervenire, non c’è più alcun dubbio, una fortuna essersi accorti, anche se avevo sempre pensato che “fortuna” significasse qualcos’ altro. Ma prima c’è una ulteriore raffica di esami preparatori. Comincio ad essere un habitué, dell’ ospedale, e mi figuro il tetro edificio che ad ogni mio passaggio borbotta un “tié” alle mie spalle. Fervida immaginazione, lo so, o forse un po’ di coda di paglia. Certo è che ormai entro ed esco con le orecchie basse.

Gli esami di contorno hanno nomi minacciosi e suggestivi, vengo scannerizzato, radiografato, tomografato e scintigrafato, mi lascio iniettare in vena isotopi radioattivi (“per ventiquattro ore stia lontano da bambini e donne incinte”) e liquidi di contrasto che lasciano un saporaccio in bocca (“beva molto, mi raccomando”). Roba che la mia indole salutista avrebbe evitato come la peste, ma è chiaro che ormai non sono troppo in grado di negoziare condizioni. Gli esiti sembrano tuttavia confortanti, il mostriciattolo non pare avere figliato e si può procedere all’ esorcismo, una specie di interruzione della diabolica gestazione che ospito mio malgrado. Assai mio malgrado.

Il diavolo, probabilmente, perché la domanda spontanea è sempre la stessa, perché capita proprio a me, e la risposta alla domanda non c’è mai, perché se ci fosse vorrebbe dire che il mondo è razionale e giusto e tutto sarebbe assai più semplice. Il diavolo, probabilmente.

Il ricovero rappresenta la resa, che sportivamente riconosco. Sì, lo ammetto, ho bisogno di lui, dell’ ospedale. Tocca abbandonare la superbia e rimettersi in mani altrui. Fate dunque ciò che volete, ciò che dovete, ma liberatemi subito dall’ ospite inquietante. E lui, l’ ospedale, stavolta pare accogliermi addirittura con nobile condiscendenza. Parcere victis, debellare superbos, sembra essere la sua regola.

Facciamola breve.

Dopo una nuova serie di esami, ai quali ormai non oppongo più alcuna resistenza, arriva il gran giorno. Nel corso di una battaglia iniziata all’ alba e protrattasi per quattro ore, il piccolo xenomorfo viene fatto a fettine e rimosso ad opera di una specie di Trasformer che si chiama Da Vinci quasi fosse una tartaruga ninja, se vogliamo continuare con le metafore cinefile. Quasi un peccato aver dormito sodo per tutto il tempo. Chirurgia robotizzata, se non è fantascienza poco ci manca, credetemi.

La quiete conseguente serve a curare le ferite, quelle relativamente piccole al corpo e quelle un po’ più profonde all’ orgoglio, ed a recuperare le energie. Un mese di domiciliari per disposizione dell’ autorità medica. L’ alieno era di una brutta specie, e l’ ospite rischiava la pelle, c’ era poco da tergiversare. Gli esami successivi sono tutti negativi, nessuna traccia ulteriore dell’ immondo essere, nessuna indesiderata eredità, nessuna terapia di contorno. Neanche due mesi dopo, ottengo il certificato per tornare in palestra, il che mi consente un recupero di autostima non indifferente.

Gli xenoformi sono infidi, come l’ equipaggio dell’ astronave Nostromo aveva presto imparato a sue spese, e perciò servirà ripetere gli esami con regolarità ancora per un po’ di tempo, ma adesso è lecito essere ottimisti nel pensare che si sia messa la parola fine, e che non si debba assistere a quei cosiddetti “sequel” che, come i cinefili sanno, raramente sono all’ altezza.

Ed arrivati in fondo a questo piccolo film d’ avventura, al momento dei “credits”, va bene citare la fortuna, se così la vogliamo chiamare, e va bene menzionare l’ ospedale, che a conoscerlo non è poi così bieco, ma non si non riconoscere il merito principale. Sì, soprattutto lui, quel famoso check up, è stato dalla mia parte.

 

 

 

Una noiosa formalità

 

 

“Devi andare dal capo” disse Anna mentre Antonio transitava a passi veloci lungo il corridoio.
Antonio si fermò un attimo, perplesso. “Perché ?”.
“Non ne ho idea” replicò Anna sviando lo sguardo verso la parete dell’ ufficio. Era una brava segretaria, ma non sapeva dire le bugie.
“Sì che ce l’ hai” provò ad insistere Antonio, cercando di incrociare lo sguardo della ragazza.
“No, davvero, ha solo detto di passare dal suo ufficio”.
“Adesso ho la riunione col team, passerò a trovare il capo più tardi. Per la missione è tutto OK ?”
“I voli sono a posto, vuoi che prenoti una macchina al Cairo ?”.
“Fossi matto”.
Antonio era un Direttore di progetto, una posizione abbastanza elevata da tenerlo al riparo dal dover riferire giorno per giorno sulle sue attività. Veniva chiamato a rapporto più o meno una volta al mese, ed in quella sede presentava avanzamenti, prospettive, margini e criticità. Dunque non era questo, e d’ altra parte Antonio seguiva un progetto ancora nel pieno delle attività di cantiere, era dunque improbabile che il capo gli volesse assegnare un nuovo incarico. E, dunque, che voleva ?
Antonio si sforzò di scacciare quel pensiero mentre faceva il suo ingresso nella grande sala riunioni. A differenza del capo, lui aveva bisogno di riunioni frequenti, sia con i clienti che con i suoi collaboratori.
“Lo scaricabarile finisce qui”. Una volta aveva letto di un Presidente degli Stati Uniti, non ricordava più quale, che teneva un cartello del genere sulla scrivania. Col dovuto senso delle proporzioni, quel motto descriveva abbastanza bene anche il suo ruolo. I problemi che il team di progetto non riusciva a risolvere finivano sulla sua scrivania. Del resto nessuno, ad un livello superiore al suo, aveva una conoscenza del progetto neppure lontanamente paragonabile alla sua, e dunque era a lui che toccava risolvere tutto ciò che poteva, prendendo le decisioni con le informazioni, raramente complete, che riusciva a raccogliere attraverso i collaboratori.
“Stressante” era un termine talmente abusato da essere divenuto odioso, ma Antonio non ne trovava uno migliore per descrivere la sua condizione quotidiana. Gli tornò in mente una frase che aveva letto alcuni anni prima su un testo specialistico. Diceva più o meno che gestire progetti è un mestiere a termine, lo si poteva praticare ad alti livelli per un numero di anni limitato, una decina o poco più. Cominciava a capire il senso di quell’ affermazione, la pressione continua, la necessità di prendere decisioni in carenza di informazioni, la cronica mancanza di tempo, il più delle volte il progetto era già con l’ acqua alla gola nel momento stesso in cui glielo assegnavano ! A lungo andare si rischia che l’ emergenza diventata stato permanente si declassi ulteriormente ad abitudine, business as usual, insomma.
Eppure provava ancora piacere a fare quello che faceva. “Se dovessi accorgermi che le cose stanno diventando così, chiederei di cambiare mestiere”, si diceva Antonio. “Ammesso di riuscire davvero ad accorgersi, ed ancora di più ad ammetterlo”, si rispondeva.
Perso in queste riflessioni, si rese conto che la riunione stava procedendo quasi a sua insaputa. Cercò di concentrarsi, rispose alle domande, e liquidò gli argomenti il più in fretta possibile.
Ma che voleva il capo ?
Tanto valeva togliersi il pensiero.
“Anna, vado su”. “OK, avviso”.
Arrivato in direzione, la segretaria gli fece segno di passare. “E’ libero”.
Entrato nel grande ufficio le cui vetrate davano sul parco, Antonio si accorse che Davide era al telefono e si fermò, ma lui gli fece segno di sedersi. Davide aveva assunto quella posizione da poco tempo, e forse per quello gli appariva a volte persino un po’ impacciato. D’ altra parte, aveva lavorato lui stesso a lungo sui progetti, ed era facile intendersi sui problemi dei lavori esecutivi.
Conclusa rapidamente la telefonata, Davide lo fissò, poi guardò un foglio di missione poggiato sulla scrivania. “Vai di nuovo al Cairo”.
“Sì. Continuiamo ad avere problemi con l’ impresa civile, e voglio rendermi conto di persona. Non è escluso che decideremo di togliergli una parte del lavoro”.
Davide annuì distrattamente, era evidente che non era quello il punto.
“Mi risulta che non hai ancora passato la visita medica”.
Era questo, dunque, il motivo della chiamata.
“Ancora questa storia della visita ?” replicò, “sto benissimo, stai tranquillo. Adesso non ho tempo per queste cose.”
“Sono tre mesi che non hai tempo”.
“Sono tre mesi che cerchiamo di tenere il progress nonostante le imprese, lo sai anche tu. Non è che non voglia farla per principio, questa cavolo di visita…”
“Antonio, se avessi voluto, mezza giornata in tre mesi l’ avresti trovata. Io non ho più intenzione di mandarti in giro se non fai questa cavolo di visita”.
“Va bene, va bene, allora annullo tutto. Dopo non venire a lamentarti”.
“Antonio, non fare il bambino. Sto parlando sul serio. C’è gente che spende un capitale per farsi un check-up ogni tanto, e tu che ce l’ hai a disposizione fai pure il difficile”.
Antonio cercò di dominare l’ esasperazione. “Davide, te l’ ho detto, sto benissimo. Faccio il bravo, non fumo, mangio pochi dolci e faccio un moderato esercizio fisico, va bene ? E poi, in fondo, sono fatti miei come sto, no ?”.
“No. Se permetti sono anche, un po’, fatti miei. Se succede qualcosa ad uno dei miei, non voglio dover scoprire che era, che ne so, cardiopatico o diabetico ed io lo mandavo allegramente in giro senza nessuna precauzione. Te lo ricordi Ferrini ?”.
E ti pareva che non tornasse fuori la storia di Ferrini. Un collega, Antonio lo conosceva. Qualche anno prima era stato stroncato da un arresto cardiaco durante missione in India.
“Davide, non esagerare adesso. Ferrini fumava come un matto. Te l’ ho detto, sto bene. Appena torno faccio questa visita, va bene ?”
“Falla domani, prima di partire”.
“Ascolta. Domani c’è il saggio musicale di mio figlio. Non me lo perdo nemmeno se casca il mondo. La visita del cavolo la faccio appena rientro, se proprio ci tieni. Promesso”.
Davide lo guardò fisso negli occhi, poi sospirò, e firmò il foglio davanti a lui.
“Antonio, questa è l’ ultima volta”.
“Promesso”.
E fu così che una settimana più tardi Antonio si trovò, alle otto del mattino, digiuno e di pessimo umore, nella sala d’ attesa del Centro di Medicina del Lavoro, un bigliettino col suo numero in una mano, ed un imbarazzante contenitore delle urine nell’ altra. Nelle successive due ore si trovò rimbalzato da un ambulatorio all’ altro, parcheggiato su scomode seggiole metalliche, visitato, misurato, testato, prelevato, palpeggiato, manipolato in ogni maniera concepita dalla scienza medica, mentre individui in camice bianco lo maneggiavano con sbrigativa efficienza. Si alzi. Si giri. Tolga la camicia. Salga su quella pedana. Si rivesta. Rimbocchi la manica destra. Tossisca. Ancora. Fermo così. Non respiri. Può andare.
Solo all’ ultima tappa Antonio si trovò di fronte un essere comunicante, nella forma di un giovane medico coi capelli a spazzola e gli occhi chiari. Quando Antonio entrò stava seduto ad una piccola scrivania e studiava il suo incartamento.
“Lei ha un passato da sportivo ?” gli chiese “Ha fatto agonismo ?”
“No, assolutamente” rispose Antonio. “Da giovane giocavo un po’ a pallone, adesso faccio qualche partita a tennis ogni tanto, giusto per tenermi in forma. Niente di competitivo.”
“Mai praticato ciclismo, o mezzofondo ?”.
“No, mai”.
Dove voleva arrivare ?
“Sapeva di essere bradicardico ?”
Allora era quello. Antonio si sentì sollevato.
“Sì, è una cosa di famiglia, abbiamo il cuore un po’ lento nei battiti.” Si sforzò di sorridere. “In fondo è una cosa buona, no ? Meglio questo che la tachicardia…”
Il dottorino sorrise. “Certo, in principio è come dice lei. Il cuore d’ atleta. Però il suo è davvero molto lento, sa ?”.
“Che intende dire ?”
“Devo chiederle di fare un monitoraggio Holter”.
“Che cosa ?”.
“Niente di preoccupante. Le applicheremo alcuni elettrodi collegati ad un apparecchio portatile, non più grande del suo smartphone. Non le darà troppo fastidio. Dovrà tenerlo ininterrottamente per 48 ore, così se c’è qualche aritmia ipocinetica la rileviamo.”
Antonio cercò di dominare la rabbia che gli montava dentro.
“Senta, qui stiamo perdendo tempo. Io ho molto da fare e ….”
“Se fossi in lei lo farei.” lo interruppe il dottore fissandolo negli occhi. “E comunque, fino a quando non vedrò i risultati non potrò rilasciarle l’ idoneità”.
Niente idoneità, niente missioni, pensava Antonio. E come poteva tornare da Davide a dirgli che non aveva passato la visita ? Qui si poteva solo scegliere il male minore.
“Vediamo di sbrigarci, allora”.

Nei due giorni successivi, l’ umore di Antonio oscillò dal cattivo al pessimo. I collaboratori giravano alla larga. La macchinetta era grande come uno smartphone d’ accordo, ma tenersi addosso uno smartphone anche mentre si dorme o ci si lava, non è esattamente “nessun fastidio”. Senza contare i cerotti degli elettrodi che gli tiravano la pelle. E pensare che all’ inizio il dottorino gli era parso pure simpatico.
Ritornato alla clinica, Antonio consegnò la macchinetta, si lasciò staccare gli elettrodi e fu invitato a sedersi in sala d’ attesa mentre i dati del monitoraggio venivano analizzati. Dopo un tempo che gli parve esagerato, l’ infermiera tornò e gli disse di accomodarsi. Il dottore lo attendeva alla solita scrivania, ingombra di tracciati. Teneva in mano la cartella col suo nome sopra.
“E’ soddisfatto, adesso ?” gli ringhiò contro Antonio, esasperato.
“Dipende”.
“Dipende da che ?”
Il dottore poggiò la cartella e lo guardò negli occhi. Non pareva risentito, né polemico.
“I dati del monitoraggio confermano la mia ipotesi. Lei ha effettivamente qualche aritmia ipocinetica. Guardi qui. Il battito cardiaco varia nel corso delle 24 ore, è così per tutti. Ma il suo è molto lento già normalmente e nel suo caso, qualche volta, soprattutto di notte, il battito si arresta del tutto.”
Antonio sentì un’ ondata di calore freddo, un rombo improvviso alle orecchie.
“Ha detto che si ferma ?”.
“Sì. Sono pause di due o tre secondi, poi riparte…..ma ce n’è una addirittura di sette secondi, guardi qui, vede ? Decisamente troppi. Detto fra noi, siamo stati fortunati a rilevarla. Ha mai avuto sensazioni strane tipo capogiri, cali di pressione o sensi di svenimento ?”.
“ Non sono mai svenuto, no ma.. a pensarci bene qualche volta, non spesso, ho provato qualche sensazione di vertigine, per un momento, poi passava subito … pensavo fosse lo stress. Non ci ho mai badato troppo….”
“Ecco, non vorrei che si preoccupasse oltre misura, sono situazioni ben note in letteratura, probabilmente lei va avanti così da molti anni senza saperlo e nella maggior parte dei casi senza nemmeno accorgersene. Però adesso che lo sappiamo, possiamo metterci rimedio. Le serve un pacemaker”.
“Ma…”
Il dottore alzò la mano per impedire ad Antonio di interromperlo.
“Mi lasci finire. E’ un caso molto particolare, il suo, ma non è unico, come le dicevo. In condizioni normali, il suo cuore non ha bisogno di nessuna assistenza, ed il pacemaker non interviene in nessun modo. Solo nel caso di un’ aritmia, di una pausa prolungata, allora produce una leggera scarica elettrica per favorire la ripresa del battito regolare.”
“Lei mi sta forse dicendo che mentre io dormo il mio cuore si potrebbe fermare ? Fermare e non ripartire, fermare definitivamente, intendo dire …”
“Ripeto, lei avrebbe potuto benissimo campare altri cent’ anni senza mai accorgersi del problema, esattamente come ha fatto finora. Ma non possiamo escludere che, una volta o l’ altra, magari in condizioni di particolare stanchezza o stress psicofisico, possa esserci … una difficoltà seria di ripartenza, diciamo.”
“Un arresto cardiaco”.
“E’ un’ eventualità remota, insisto, ma non la possiamo escludere in modo assoluto. Sa, qualche anno fa proprio un suo collega, all’ improvviso, mentre era in missione all’ estero…”
“Ferrini”.
“Sì, si chiamava così. Ferrini.”